Documento di chiusura del social forum di Bergamo.

(16/10/2017) – Pubblichiamo di seguito il documento conclusivo del “Social Forum” di Bergamo tenutosi nelle giornate del 14 e 15 ottobre 2017.

Documento di chiusura del social forum di Bergamo

Due giorni intensi, quelli del contro g7 sull’agricoltura che hanno dato la possibilità a molte lotte e pratiche sociali di ritrovarsi, riconnettersi, determinando uno spazio pubblico che ha deciso di continuare. Ed è questa la novità di queste giornate, la ritrovata voglia di lottare contro i padroni della terra e la voglia di farlo tutti assieme.
 

La nostra alternativa all’ ipocrisia della Carta di Bergamo dei g7!

 

Noi e il G7

Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017 si sono incontrati a Bergamo i delegati di oltre 150 tra movimenti, associazioni, comitati, reti, Gas, Gap, sindacati, forze politiche, che lavorano sui temi dell’agricoltura e della sovranità alimentare, della difesa del territorio, del mutualismo, dell’autorganizzazione, della lotta per l’occupazione e contro la precarietà e il lavoro nero. Ancora una volta i 7 grandi della terra negli stessi giorni hanno occupato la nostra terra per sottoporci una passerella politica distante anni luce dalle reali questioni, dai bisogni, dai contenuti e dalle istanze di chi quotidianamente vive le pesanti ricadute delle loro scelte, dei loro programmi, della loro propaganda.
Le proposte emerse dal G7 sono le stesse che hanno generato e approfondito la crisi negli ultimi 20 anni: mercificazione del cibo, finanziarizzazione, concentrazione del mercato tra grande industria e grande distribuzione. Per giustificarle hanno ostentato propagandisticamente le parole-chiave della nostra agenda politica come sostenibilità, ecologia, lotta alla fame, diritto al cibo, senza tradurle, però, in azioni politiche concrete e risorse adeguate per tradurle in pratica.
Nel mondo soffrono cronicamente la fame, secondo la Fao, 815 milioni tra uomini, donne e i loro figli, 38 milioni in più rispetto allo scorso anno: come se un paese delle dimensioni del Canada fosse precipitato in soli 365 giorni nella disperazione. Che le politiche dei governi dominanti siano sbagliate lo dimostra il fatto che nel 2017 il numero degli affamati torna a crescere a fronte del fatto che oltre un terzo della produzione agroalimentare vada sprecata e 2 miliardi di persone siano cronicamente obese. In tutti questi anni i cosiddetti “grandi della terra” non hanno mai voluto affrontare e sciogliere i nodi veri della crisi, tra i quali la redistribuzione sociale delle ricchezze e delle risorse; la soppressione dei diritti; la privatizzazione dei beni comuni; la sicurezza alimentare; le condizioni di lavoro di milioni di agricoltori.
La partecipazione alla due giorni di Forum alternativo, di confronto e di lotta, è stata indispensabile per costruire consapevolezza e rimettere al centro del dibattito politico questioni centrali come: la proposta di legge per l’agricoltura contadina; la campagna per la sovranità alimentare e i diritti contadini, l’innovazione sociale e culturale in agricoltura; il diritto ad un cibo sano e di qualità; la contrarietà agli OGM e agli New Breeding Techniques, o nuove tecniche di manipolazione genetica; come intervenire a cambiare le distorte politiche dei governi nazionali e della Politica agricola comune europea, e fermare la liberalizzazione selvaggia dei mercati in corso con accordi come il CETA, in TTIP, il nuovo NAFTA e la tornata di negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio che culminerà nel vertice ministeriale del 10 dicembre a Buenos Aires, per promuovere la centralità delle relazioni umane e sociali e della promozione dei diritti umani anche in vista di un momento simbolicamente importante quale la Giornata mondiale per la sovranità alimentare che si celebra il 16 ottobre.

 

L’attacco neoliberista ai beni comuni e al cibo sano per tutti

Il sistematico attacco ai beni comuni, attraverso la loro finanziarizzazione e mercificazione, non è un incidente di percorso o un semplice tentativo da parte dei poteri finanziari di aumentare i loro profitti.
Si tratta piuttosto di una strategia consapevole, messa in campo da chi continua a proporre un modello economico-sociale insostenibile che rimane fondato sull’idea di una crescita infinita di produzione e consumi.
Di fronte a una crisi sistemica del modello neoliberista, i grandi del pianeta insistono però nel rilanciare l’idea di una società basata sul concetto di quella gioiosa “competizione globale” che dovrebbe garantire benessere a tutti, ma che ha come unico risultato quello di provocare un peggioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne che abitano il pianeta.
Questa progressiva erosione della sfera dei diritti viene portata avanti attraverso le politiche di austerity, la trappola ideologica del debito pubblico e la riduzione degli spazi di democrazia a qualsiasi livello, con l’obiettivo di forzare l’immissione sul mercato di qualsiasi patrimonio collettivo.
Le vittime di questo processo di espropriazione dei beni comuni del pianeta sono le donne e gli uomini che lo abitano, che si vedono sottrarre diritti come l’accesso all’acqua, il governo del territorio, la tutela della qualità del cibo e l’adozione di modelli di produzione ecologicamente orientati.
L’alternativa a questo progetto richiede un ribaltamento di paradigma, che metta alla base il concetto di bene comune, a partire dal cibo. Lo sviluppo dell’alternativa richiede di sviluppare la consapevolezza, però, che l’apertura e il mantenimento delle vertenze e campagne a difesa dei beni comuni è condizione necessaria, ma non sufficiente, per la loro tutela. È indispensabile, infatti, andare oltre la logica della semplice difesa per lavorare sulla costruzione di alternative (teoriche e pratiche) che consentano di disegnare i contorni di un modello di società collettivo e partecipato
 

La liberalizzazione commerciale come strumento per premiare i più forti

L’Unione europea chiama “diplomazia economica” quei negoziati di liberalizzazione commerciale come CETA, TTIP, gli altri oltre 100 negoziati bilaterali in corso e quelli portati avanti all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio con i quali, sostiene, si possano favorire crescita e occupazione in Europa e diventare più efficienti nel perseguire i nostri interessi economici all’estero. E’ l’agenzia delle Nazioni Unite che si occuopa di commercio e sviluppo che, però, nel rapporto 2017 a constatare che ““in netto contrasto con le ambizioni dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l’economia mondiale rimane sbilanciata in modi che non solo sono impedienti, ma anche destabilizzanti e pericolosi per la salute politica, sociale e ambientale del pianeta. Anche quando la crescita economica è stata possibile, sia attraverso picchi di consumo interno, un boom immobiliare o di esportazioni, i guadagni sono stati sproporzionalmente ripartiti tra pochi privilegiati”. Oltre vent’anni di globalizzazione, ammette la stessa Wto, hanno progressivamente paralizzato anche il commercio mondiale “perché altamente concentrato”.
Nel Report statistico 2017, infatti, l’Organizzazione spiega che “i primi dieci esportatori rappresentano più della metà del commercio mondiale. Le economie in via di sviluppo stanno aumentando la loro partecipazione: la loro quota del commercio mondiale di merci è salita al 41 per cento mentre per i servizi commerciali al 36 per cento. Tuttavia la quota dei paesi meno sviluppati (LDC) nelle esportazioni di merci e servizi commerciali nel mondo sono ancora troppo basse per poter parlare davvero di mercato globale: siamo a meno dell’1%”. A che cosa servono, allora, i negoziati commerciali in corso? A mettere in discussione, come ostacoli al commercio, la promozione di quei diritti delle persone, dei territori e dell’ambiente, gli standard di qualità dei prodotti e dei servizi, che si traducono in costi per le grandi aziende. Il mercato che stanno delineando è costruito intorno a pochi grandi gruppi che assorbono le risorse di tutti per produrre eccellenze a portata di pochi, e un’eccedenza di prodotti e servizi scadenti per masse sempre più impoverite e prove di strumenti democratici e condivisi di reazione.
 

Il neocoloniasmo attraverso il “land grabbing” e gli EPA

Per parlare della situazione in Africa, negli ultimi anni in Italia quando si discute di immigrazione è ricorrente l’affermazione “Aiutiamoli a casa loro” ma quello che i nostri governi e le istituzioni internazionali fanno è esattamente l’opposto: attraverso gli accordi commerciali, ad esempio gli EPA, gli Economic Partnership Agreements con le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico, l’UE, con il pieno sostegno della Wto, ha condotto un durissimo attacco all’ agricoltura africana a vantaggio delle esportazioni delle grandi aziende globalizzate dell’agrobusiness, nascosto dalla richiesta di abbattere le barriere protezionistiche e di modificare i preesistenti accordi.
Il risultato è che nei mercati africani, da Nairobi al Senegal, spesso è più facile trovare prodotti provenienti dai Paesi europei che quelli interni. Negli ultimi 20 anni, poi, si è aggiunto il fenomeno del “Land Grabbing” , ossia dell’acquisto di immense distese di terra in Africa, e non solo, da parte di multinazionali e di Stati, spesso nascoste dietro un primo acquirente locale per aggirare, con la complicità dei poteri locali, la legislazione. Le terre acquistate vengono destinate a produzioni non finalizzate all’alimentazione, ad es. biocombustibili, o a produzioni di monoculture. Ne consegue: abbandono delle terre, migrazioni, mancanza di cibo per un’alimentazione sostenibile. Un fenomeno ormai presente anche in Europa.
 

Quale cibo deve nutrire l’umanità e rigenerare la terra

L’attuale agricoltura industriale, a partire dalla cosiddetta “Rivoluzione Verde”, ha favorito un sistema produttivo lineare (a differenza del sistema produttivo naturale che è circolare), ad alto input di energia fossile (si pensi ai fertilizzanti di sintesi, ai pesticidi, ai grandi trattori, all’irrigazione e ai lunghi trasporti di sementi e di prodotti agricoli), con drastica riduzione della biodiversità agricola (poche sementi ibride o addirittura OGM): in breve l’agricoltura è diventata insostenibile e responsabili di gravi impatti ambientali.
Questa agricoltura ha aumentato le produzioni totali di cereali e in genere di cibo, ma con forti consumi di prodotti petroliferi (da 2 a 10 calorie fossili per ogni caloria di cibo) e di acqua (da 200 litri d’acqua per ogni kg di cibo vegetale, fino a molte migliaia di litri per ogni Kg di carne). Inoltre, a causa della globalizzazione, questo incremento di cibo non è andato a sfamare i poveri del Pianeta, ma a incrementare i consumi, soprattutto di prodotti di origine animale, dei paesi più ricchi.
Dal 1960, quando ha incominciato a diffondersi la rivoluzione verde, la produzione di cereali nel mondo è aumentata di 3 volte, mentre la popolazione mondiale è cresciuta poco più di 2 volte, e la disponibilità di alimenti per persona è cresciuta del 24%. Ma nel 1960 si stimava che – in tutto il mondo – ci fossero 800 milioni di persone che soffrivano la fame, mentre nel 2016 sono rimasti 815 milioni, secondo i dati della FAO, con oscillazioni in rapporto alle varie crisi economiche.
Per questi consumi di energia fossile e per la grande quantità di animali allevati l’agricoltura industriale è anche causa rilevante dei cambiamenti climatici, ma ne subisce pesanti conseguenze. Un cambiamento del clima con incrementi di temperatura superiori ai 2°C entro i prossimi 20 anni porterebbe ad effetti estremi e contraddittori, come siccità ed alluvioni, sempre più frequenti, rendendo sempre meno produttiva l’agricoltura, che, a sua volta, utilizzando sempre più energia fossile per contrastare le avversità (pesticidi, fertilizzanti, irrigazione, ecc.) e favorendo allevamenti intensivi ad alta emissione di CO2 e di metano, contribuirebbe in maniera sempre maggiore, in una spirale perversa, a favorire l’effetto serra.
Di fronte a questi limiti dell’agricoltura, le multinazionali agro-chimico-sementiere, che avevano imposto la rivoluzione verde, hanno proposto l’agricoltura transgenica, che impiega gli OGM, ma tale metodo di trasformazione delle piante non è esente da rischi per l’ambiente e la salute. Anche l’agricoltura transgenica dipende dal petrolio e impiega massicciamente pesticidi: oltre l’80% delle piante transgeniche sono rese resistenti ad un diserbante (il più comune è il Roundup della Monsanto, che contiene glifosate, sospetto cancerogeno). Inoltre le multinazionali si stanno appropriando, grazie alle loro tecnologie e alle norme sui brevetti transgenici, del patrimonio genetico di molte piante.
Per superare questa situazione occorre un’agricoltura totalmente nuova, a minor input di energia e di materia, che ripristini una logica circolare inserendosi armoniosamente nei cicli biogeochimici naturali. Ma, di fronte ai cambiamenti climatici, occorre anche immaginare nuove sementi adatte alle nuove condizioni ambientali, sementi ottenute grazie al recupero delle varietà storiche, come punto di partenza per nuovi incroci, fatti non dalle multinazionali delle sementi, ma dagli stessi agricoltori (selezione partecipata).

 

Verso una nuova economia agroecologica

Una nuova economia agricola, ecologica, può assicurare un reddito dignitoso, un lavoro soddisfacente, la sperimentazione di nuove forme di convivenza sociale e un rapporto consapevole con l’ambiente di vita. Si tratta di una trasformazione legata sia ai prodotti che ai produttori del territorio e dimensionata ad essi, a servizio degli agricoltori e dei cittadini e volta a limitare gli sprechi materiali ed energetici.
Un altro mondo è ancora possibile e dobbiamo praticare l’obiettivo in concreto.
Dobbiamo sperimentare forme di unificazione di produzione e consumo realizzando compiutamente la coproduzione ed un’alleanza strutturata tra piccola agricoltura contadina e consumatori consapevoli (le CSA costituiscono una strada da perseguire praticata a livello internazionale).
Dobbiamo altresì sperimentare forme avanzate di autoproduzione. Dobbiamo alludere in concreto a nuovi rapporti sociali.
Continuiamo la lotta per riprendere definitivamente con il controllo del nostro cibo e l’impunità delle società transnazionali. Solleviamo la bandiera della sovranità alimentare e l’urgenza della riforma agraria popolare basata su una produzione agroecologica per garantire un cibo sano e dignitoso per le persone, con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento e la convergenza delle lotte nel quadro della sovranità alimentare come base per il cambiamento.

 

Proseguiamo il lavoro e la lotta

Non rincorriamo gli eventi che ci impone il sistema, costruiamo i nostri.
La forza della Rete che ha costruito questo Forum alternativa è stata quella di cogliere il pretesto del G/ agricolo ufficiale per costruire un percorso tutto dal basso, di rete, di movimento, di confederalità di pratiche che hanno gettato le basi di una progettualità futura alla due giorni, sia per il territorio di Bergamo, sia per un nuovo processo che da qui può nascere a Bergamo e in Italia, in solidarietà con i movimenti sociali e contadini europei e globali. In questi mesi verso Bergamo hanno lavorato insieme realtà molto diverse tra loro, che hanno però trovato, a partire dalla critica all’agrobusiness, un percorso comune che ha toccato tutti i punti dell’alternativa al sistema neoliberista.
Tutta la nostra riflessione ha fatto capo al concetto di sovranità alimentare, da qui l’idea che centrale sia l’autodeterminazione dei popoli, il diritto a scegliere le proprie politiche agricole e da lì abbiamo declinato sul diritto in generale di tutti i popoli alla vita contro la politica della morte.
Abbiamo incrociato i movimenti contadini, abbiamo incrociato le buon pratiche virtuose in atto, dai gas, alle reti solidali per la difesa di un’agricoltura a presidio del territorio, i gap, le comunità di supporto all’agricoltura che mettono in discussione il mercato a partire dall’agricoltura contadina orientandosi al cambiamento sociale, abbiamo incrociato le campagne che lavorano per fermare gli strumenti politici delle liberalizzazioni commerciali creando lo spazio politico per le alternative quali le pratiche di autoproduzione e le pratiche di autorganizzazione popolare legate alla questione del cibo, come le cucine mutualistiche o gli orti sociali. Abbiamo cercato di rendere evidente come il tema del cibo buono e pulito si intersecasse con il tema della crisi economica e quindi della difficoltà dell’accesso al cibo e quindi ancora una volta la necessità di unire le pratiche, orientarle al cambiamento sociale e abbiamo individuato che in queste stesse pratiche è in nuce l’alternativa al sistema.
Questo è stato il filo conduttore di questa due giorni; non siamo sussumibili perché le pratiche che mettiamo in atto non sono complementari al sistema: sono varchi che abbiamo aperto che dimostrano che l’alternativa è praticabile.
Abbiamo incontrato il grande tema della difesa del nostro territorio italiano, abbiamo incontrato le bsa che con sforzo di generosità e solidarietà sono intervenute nelle zone terremotate, ma che non si sono limitate all’emergenza, si sono fatte promotrici di un idea generale di tutela del territorio e di salvaguardia di questo bene comune senza il quale non ci può essere il diritto del popolo a decidere…. e con le bsa i no tav, i no tap, i no gasaran, no parking fara…che strenuamente si battono per denunciare gli scempi del territorio.
Abbiamo quindi parlato di partecipazione democratica alle scelte e della necessità di condurre una battaglia accesa contro la finanziarizzazione e alla mercificazione e al ripensare alla gestione collettiva e partecipata di questi beni, in primis il cibo e la terra.
Crediamo che la Rete abbia anche il merito di aver intrapreso anche un percorso su più livelli, da quello politico a quello culturale e sociale; interessante è l’analisi uscita in questi mesi di un’alleanza indispensabile tra il mondo contadino sotto ricatto delle briciole dei finanziamenti europei e il mondo di noi cittadini consumatori, che abbiamo in mano la rivoluzionaria arma di scegliere cosa mangiare, un incontro che può essere rivoluzionario a partire dallo scardinare i meccanismi economici fino ad un’alternativa di relazioni umane diverse.
Vogliamo ricostruire una società da una politica che riparte dai bisogni negati, il cibo, la salute, la terra, la casa e il lavoro, la dignità del lavoro.
Viviamo una fase di resistenza, ma una prospettiva di speranza sta rinascendo e l’obbiettivo che vogliamo condividere dopo Bergamo, è costruire con generosità, umiltà, sacrificio, militanza, una elaborazione politica alternativa che riconosca e connetta le pratiche e gli obiettivi specifici di ciascun soggetto in campo e di quelli nuovi che si affacceranno in percorsi comuni che, senza mettere in discussione le specificità, condividano strategie e interventi e si diano ambiti e momenti di confronto comuni che alimentino progettualità concrete.
Assumendo lo slogan dei movimenti agricoli de La via campesina, dopo Bergamo, globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza.
Bergamo, 15.10.17
 
Trasmette il 16.10.17:
Roberta Maltempi – Coordinatrice della Rete Bergamasca per l’Alternativa al G7