Bergamo, 06/04/2019. Convegno europeo: “La città ai tempi del neoliberismo”. Relazione introduttiva di Antonello Patta – segretario regionale Prc/SE Lombardia.

Bergamo, 06/04/2019. Convegno europeo “La città ai tempi del neoliberismo”. Relazione introduttiva di Antonello Patta – segretario regionale Prc/SE Lombardia.

“Effetti delle politiche neoliberiste e dell’austerità sulle trasformazioni urbanistiche e sociali  nelle città”.

Come rivoluziona continuamente i rapporti di produzione così il capitalismo fa con lo spazio geografico la cui organizzazione deve rendere funzionale alla riproduzione delle relazioni economiche e sociali esistenti. Lo sguardo sulla città “ ai tempi del neoliberismo” permette di cogliere aspetti importanti dei meccanismi riproduttivi  del capitalismo in una fase di crisi del processo di accumulazione come quella che stiamo vivendo.

E capire che risposte dare.

Nelle città europee, le politiche neoliberiste basate sull’austerità  portate avanti indifferentemente da governi di centrodestra e di centrosinistra producono allo stesso tempo grandi disuguaglianze e trasformazioni urbanistiche che le accentuano facendo crescere aree diffuse di marginalità sociale, perdita di diritti, crisi della coesione sociale “.

Si permette a consorzi d’interessi costituiti da Costruttori, fondi d’investimento, banche d’affari,  di realizzare grandi operazioni speculative su aree di  preziosi quartieri storici e centrali, di aree industriali dismesse e persino di vecchi quartieri popolari;

Le  periferie  sono lasciate cadere nel degrado per mancanza di manutenzione, servizi e spazi sociali; abbandonate alla precarietà economica e sociale diventano il luogo in cui crescono il risentimento sociale e l’insicurezza terreno fertile per lo sviluppo di atteggiamenti xenofobi e aggressivi.

La città,  il territorio e i beni comuni sono diventate  merci su cui realizzare profitti, a scapito della salvaguardia  degli spazi e dei servizi pubblici in cui garantire a tutti i soggetti sociali  i fondamentali diritti di cittadinanza:  alla casa, alla salute, alla cultura e all’istruzione  in un quadro di democrazia, giustizia sociale, libertà, uguaglianza di genere e rispetto per l’ambiente.

Non solo i nuovi  insediamenti residenziali e commerciali,  non sono  pensati  in funzione del contesto urbano circostante, del miglioramento delle reti del verde e dei servizi,   ma, al contrario, sono i nuovi spazi pubblici ad essere realizzati  e dislocati per valorizzare gli investimenti privati.

Tutto ciò è reso possibile da una politica asservita al capitalismo finanziario che ha ridotto l’urbanistica  a mera facilitatrice delle operazioni finanziarie e sostituito  la contrattazione coi costruttori alla pianificazione pubblica  e alla cautela nel consumo di territorio

Nelle istituzioni locali, ridotte ad agenti delle  multinazionali e dei mercati finanziari, il potere si è vieppiù concentrato nelle mani degli organi esecutivi, riducendo  drasticamente il ruolo delle assemblee elettive e impedendo di fatto  le fondamentali prerogative dell’opposizione.

L’opacità voluta dei luoghi decisionali rende difficile ogni forma di trasparenza e di controllo degli atti politico amministrativi, è impedito il contributo e il controllo dei cittadini  sulle scelte fondamentali  per la vita nella città. Il neoliberismo impone l’annullamento di quella dimensione di partecipazione politica e sociale  connaturata  alla polis.  

La subordinazione  alle logiche del mercato, in contrasto con un’ idea di città che mette al primo posto vivibilità, socialità e diritti, è  giustificata con le difficoltà delle finanze locali conseguenza dei tagli dei trasferimenti statali sotto la scure dell’austerità.

Ma lungi dal risolvere il problema delle risorse delle istituzioni locali, le trasformazioni,  finiscono per produrre ingenti profitti per grandi costruttori e le finanziarie di riferimento,   e per il pubblico costi ingestibili nel tempo  anche a causa delle ridicole percentuali, in particolare in Italia, degli oneri d’urbanizzazione in rapporto al valore generato.

A rendere la situazione intollerabile è il fatto che, al crescendo della cementificazione  con cubature spropositate, spesso veri e propri regali, ingiustificabili, ai signori del mattone, e di un consumo di suolo che colloca l’Italia ai primi posti in Europa, corrisponde un numero di  vani vuoti enorme (200.000 in città come Milano e Roma, in Italia 1 su 4)più che sufficienti a soddisfare la drammatica domanda di abitazioni che resta invece  inevasa.

E’ la conferma che non  si costruisce più per la domanda sociale ma in funzione della rendita  che prima fondiaria, poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. A parte la quota di edificato-“lavanderia”, finalizzata al riciclaggio di capitale illegale. Mi limito a sottolineare che l’acquisizione e il riuso sociale di almeno una parte di questo patrimonio  risolverebbe per un periodo molto lungo qualsiasi disagio abitativo, indigeno e immigrato, nel nostro paese 

Succede al contrario che grandi  operazioni speculative, giustificate con l’intento dichiarato di  “valorizzare” intere aree di città (lapsus del capitale!), siano connesse  con ambiziosi  processi di “gentrificazione” che hanno famosi precedenti storici, ma a me sembrano molto diffusi nelle città ai tempi del neoliberismo, quando comunque assumono connotati specifici.

Come si fa? Quali le conseguenze?

Con i nuovi insediamenti,  residenze e attività costose ed esclusive,  si aumenta artificialmente il valore dei rendimenti immobiliari di tutta la zona , portando  il costo della vita   a un livello  proibitivo per i vecchi residenti. Ne consegue l’espulsione della precedente popolazione e  delle piccole attività commerciali e artigianali a vantaggio della creazione di centri del lusso, di negozi e locali esclusivi magari con etichetta green e di infrastrutture e attività turistiche; Spesso sono le ex zone industriali ad essere ottimali per questo processo, perché forniscono ampie aree su cui è possibile costruire grandi volumi, magari cavalcando l’idea “verde” di salvare terreni agricoli.

Qui, le aree considerate fino a poco tempo prima degradate, diventano attraenti per una certa popolazione, tendenzialmente giovani: artisti, musicisti, giovani coppie e studenti, turisti più i tanti city users che attraversano tutti giorni zone urbane in cui non abitano: Una  popolazione ideale per la città neo-liberista, ha poche rivendicazioni e non chiede più servizi: viene, produce, consuma e se ne va.

Le chiamano ipocritamente “ riqualificazioni” urbane, ma  gli interventi come abbiamo visto, non portano più servizi, una migliore manutenzione del territori o risposte alla domanda abitativa come il termine farebbe pensare e sarebbe necessario!, né  favoriscono certamente la popolazione attiva che viveva originariamente, all’interno o intorno a queste aree. Le classi popolari sempre più impoverite e persino i piccoli borghesi sono spinti ai margini della città in periferia dove i diritti all’educazione, a una dimora dignitosa, alla socialità, alla mobilità, alla salute sono elusi.

La distruzione del tessuto sociale e la riduzione della democrazia vanno di pari passo con la perdita dell’anima dell’intera città e dei centri storici, con la riduzione artificiale della complessità sociale. Ogni città che era un mondo particolare ora diventa  simile a tutte le altre esistenti nel mondo.

Nuovi tratti distintivi  caratterizzano ovunque  le città neoliberiste.

Il primo è la supremazia del business del turismo e dei luoghi del consumo sulla pianificazione pubblica,  attività attraverso le quali il mercato si appropria degli spazi urbani.

Il secondo, particolarmente accentuato in Italia col governo delle destre,  è  la visione dello spazio urbano come spazio di  ordine pubblico.

Abbandonati gli interventi che creano coesione sociale le risposte pubbliche alle tante marginalità prodotte dal neoliberismo,  assumono due narrazioni, due racconti convergenti finalizzati anche a nascondere le responsabilità delle politiche neoliberiste.

Una, quella razzista e xenofoba che addita il diverso, il migrante come responsabile delle difficoltà dei “nostri” fomentando la guerra tra i poveri, l’altra, figlia di un’ideologia  che, negando  il concetto stesso di responsabilità sociale in nome della concorrenza di tutti contro tutti   attribuisce al povero  la colpa di una condizione, la sua, che invece è frutto di una società che produce ingiustizie e disuguaglianze.

Ambedue convergono nel considerare come problemi di ordine pubblico quelli di natura sociale  e nell’affrontarli con gli strumenti repressivi contro tutti coloro i quali con la loro nuda esistenza macchiano l’immagine ostentata della città vetrina.

Stessa sorte per quanti provano a organizzare il conflitto sociale, la ripresa del quale è il compito primario per contrastare le tendenze descritte.

 Ciò che ci ha spinto a organizzare questo convegno è la necessità di costruire una piattaforma  e  un discorso capaci di produrre un immaginario-bandiera intorno a cui  costruire lotte e unire e far crescere i movimenti che oggi  nelle città lottano per affermare diritti negati in modo diviso e frammentario.

Mi riferisco alle lotte:

-contro la speculazione edilizia e finanziaria, per un modello di  città fondata sulla salvaguardia  della qualità della vita e dell’ambiente, del patrimonio architettonico e storico, dei beni comuni, dei diritti alla cultura, alla socialità, alla mobilità sostenibile;

-per il reinsediamento delle classi medio-basse nei centri storici anche attraverso il recupero e il riutilizzo di beni pubblici e degli edifici vuoti per ripristinare il diritto alla casa all’interno di un  mix sociale come alternativa a tutti i  ghetti compresi quelli per i turisti o per ricchi;

– per un consistente spostamento  di risorse pubbliche verso la riqualificazione delle tante periferie  e la loro dotazione di servizi e spazi pubblici di qualità;

-per una democrazia municipale dotata di  strutture di partecipazione che  consentano  ai cittadini di essere protagonisti attivi delle politiche che li riguardano

– contro le discriminazioni verso i migranti che ne limitano l’accesso ai diritti, per politiche di accoglienza che  favoriscano una reale inclusione sociale

Concludo così: mi ha colpito uno slogan che ho letto recentemente;  lo dico in inglese come era scritto perché mi sembra che renda meglio “cities for the people not for the profit” che mi sembra rappresenti bene il percorso che vorremmo e sarebbe tempo di   intraprendere.

Bergamo, 06/04/2019