PRIVATIZZAZIONE DELLE POSTE: Anche in Lombardia colpiti gli utenti e i lavoratori. di Beppe Iandolo.

La privatizzazione di Poste  è un processo che va avanti da anni. Dalla trasformazione dell’Amm.ne Statale di Poste, ad Ente Pubblico Economico, a SpA con detenzione totale delle azioni allo Stato, siamo arrivati nell’ottobre 2015 a quotare circa il 35% delle azioni nel mercato borsistico, quindi all’entrata del privato nel servizio pubblico postale. Si tratta ancora di un pacchetto di minoranza ma sono previste  ulteriori cessioni che oggi hanno subito un arresto non per ripensamenti ma esclusivamente a causa della poca rispondenza del mercato in  fase “calante”.

I sindacati di categoria non hanno opposto resistenza a questa prima fase, confidando che fosse anche l’unica (sic!), ma sono stati smentiti dalla volontà esplicata dal governo Renzi, Padoan.. La collocazione della prima tranche è stata presentata come occasione “storica” per la nascita di un vero “azionariato popolare”, un espediente utile solo per far digerire ai lavoratori la feroce privatizzazione che non potrà che avere pesanti “ricadute” sull’occupazione.

Anche con i predecessori  dell’attuale amministratore delegato Francesco Caio, vi erano di continuo “revisioni delle zone” con riduzioni  della presenza qualitativa del servizio postale, mentre gli “esuberi” risultanti veniva assorbiti all’interno dell’azienda, “mitigando” le cadute occupazionali, una sorte di liberismo temperato.

Con Caio l’azienda ha presentato un Piano quinquennale che ha come suo centro strategico la chiusura di molti Uffici Postali periferici adducendo la motivazione dell’antieconomicità (1156 in tutt’Italia di cui più di 80 in Lombardia) e l’avvio del “recapito a giorni alterni” vera leva dello smantellamento del servizio postale. Con questa modulazione di recapito a giorni alterni si abolisce la consegna quotidiana della posta e la sostituisce con una consegna a giorni alterni (Lu-Me-GI la prima settimana e Ma-Ve la seconda). Questa rimodulazione riguarderà 5296 Comuni d’Italia! Sono escluse, per ora, le 10 città metropolitane.

Questo Piano ha avuto l’avvallo dall’Agcom, che ha accolto anche la richiesta di Poste di elevare la soglia della sua applicabilità sino al 25% della popolazione (prima era del 12,5%).

I “giorni alterni” prevedono un attacco ai livelli occupazionali intorno alle 20mila unità! Pari ad un’intera azienda di grandi dimensioni. Ad oggi questi “esuberi” vengono accompagnati con accordi che anticipano l’andata in pensione ma 20mila non sono pochi!

Questo accordo sui “giorni alterni” è stato sottoscritto e accettato dai confederali ma ha subito incontrato la resistenza dei lavoratori. Gli stessi confederali hanno attuato forme di protesta (sciopero degli straordinari) della durata di un mese intero, reiterato nei successivi mesi e diffuso su tutte le Regioni d’Italia che sono in perenne stato di agitazione. Il 4 novembre anche i confederali hanno indetto lo sciopero nazionale contro la privatizzazione con una piattaforma ambigua che però non contiene il ritiro della loro firma dall’accordo.

Molti Comuni d’Italia interessati alla chiusura sono intervenuti attraverso le loro associazioni (ANCI, Comunità montane ecc) in disaccordo con le chiusure; alcuni (Comuni della Toscana, Abruzzi..) hanno fatto ricorso al TAR ottenendo la riapertura e costringendo Poste Italiane  a rallentare le chiusure.