Maturità 2019: “Osservazioni in ordine sparso sul nuovo esame di Stato”.

Maturità 2019:”Osservazioni in ordine sparso sul nuovo esame di Stato”.

di Pierluigi Tavecchio.

Cominciamo dalle prove scritte.
L’ abolizione della terza prova scritta è, insieme alla cancellazione della possibilità di iniziare il colloquio finale con un approfondimento individuale , uno dei pilastri del nuovo esame. 
Con questo cambiamento le commissioni perdono un importante strumento di valutazione
La terza prova ,infatti, ben lungi dall’essere quella che certa stampa definiva in modo populistico con il termine “quizzone” a crocette, poteva essere, ed in molti casi è stata, un modo per misurare le conoscenze e le capacità di collegamento possedute dai candidati.
In passato nessuna legge vietava che, da parte della commissione , avvenisse la formulazione di quesiti che avessero anche un carattere interdisciplinare, o che stabilissero dei nuclei comuni fra le discipline coinvolte . Sappiamo invece che, con il passare degli anni, è avvenuto il contrario: dalla formulazione delle tracce alla correzione ogni commissario coinvolto ha lavorato in totale isolamento preoccupandosi, nel migliore dei casi ,dell’attinenza delle domande rispetto ai programmi svolti.
il motivo per cui, secondo me, non si sono sollevate obiezioni sul tema da parte dei docenti italiani , sta nel fatto che abolire la terza prova significa concretamente accorciare di almeno due giorni gli esami.
Il legislatore ha quindi saputo leggere gli umori prevalenti all’interno della categoria docente e, mostrando di voler velocizzare, snellire e semplificare li ha assecondati in modo populistico.

Il colloquio e la sua ripartizione.

L’ abolizione dell’ approfondimento individuale, o tesina che dir si voglia, é stato accompagnato da numerosi sospiri di sollievo. 
Io mi permetto di dire , sulla base di un’esperienza quasi trentennale, che in questo modo abbiamo avuto una grande perdita non solo per l’esame ma per l’intera organizzazione del lavoro scolastico.
So bene, come sanno tutti , che intorno alle tesine si era sviluppato un vero e proprio business del copia e incolla, che il loro carattere facoltativo consentiva ai candidati di produrre materiali che andavano da un foglietto scritto a biro a uno spettacolo circense, che la media dei lavori aveva un carattere sbrigativo e raccogliticcio, ma questo non toglie che l’approfondimento individuale avrebbe potuto essere impiegato diversamente come perno del lavoro degli studenti nel corso dell’ ultimo anno. 
Nel 2013 ho coordinato per l’ultima volta una classe quinta. 
Mi ricordo perfettamente di aver parlato di tesina agli studenti ( scelta di argomenti e conseguenti indicazioni bibliografiche e di ricerca) già sul finire del quarto anno. Ma già allora si avvertiva la tendenza a volersi scaricare di dosso “sta palla”. Venti anni prima , quando tutto era cominciato , almeno per me, gli argomenti delle tesine erano proposti , udite udite, dal consiglio di classe e suggeriti agli studenti in base alle inclinazioni e agli interessi dei singoli.
Questo significava che nei consigli di classe avveniva un lavoro di programmazione didattica interdisciplinare. 
Che non c’era il “tu dove sei arrivata?” che oggi ci scambiamo frettolosamente nei corridoi, ma si provava almeno ad ascoltarsi e a mettersi in discussione.
Oggi , e negli ultimi anni, la pratica didattica è parcellizzata in modo brutale. 
I progetti inseguono sempre l’indole degli insegnanti o i loro interessi particolari, in senso buono ovviamente.
Durante l’anno, nei consigli di classe , da tempo non mi accade di discutere di didattica e di collegamenti interdisciplinari. Nei consigli di classe facciamo un lavoro a metà fra quello del notaio e quello del vigile urbano. E non penso che la mia esperienza costituisca un caso isolato.
Proprio per questo le nuove modalità di conduzione dell’ orale rappresentano , ad essere gentili, una precipitosa fuga in avanti. 
Lasciamo perdere le tre buste, queste davvero da quiz televisivo, che hanno avuto l’unico risultato di aggiungere un briciolo di tensione in più nei candidati sospesi nel vuoto e speranzosi di una scelta fortunata.
Francamente mi è sembrato un accanimento inutile, del quale non sentivo il bisogno.
Veniamo al colloquio : il candidato è invitato alla costruzione di un percorso interdisciplinare a partire da spunti diversi , testi scritti, immagini, formule che non devono essergli note. 
Questa pratica, che nella scuola secondaria superiore è sconosciuta , boicottata , quando non apertamente osteggiata, ha prodotto , come ci si poteva immaginare , esposizioni molto generiche, con collegamenti spesso inconsistenti fra un ambito disciplinare e l’altro.
E la colpa di questo non è dei candidati, ma è la conseguenza del loro impatto con metodologie didattiche sconosciute. 
Un colloquio come questo, fatto nella scuola di oggi, è davvero come mettere il carro davanti ai buoi, ed ha costretto negli ultimi mesi centinaia di consigli di classe a predisporre nuclei tematici interdisciplinari tenuti insieme da una sola parola, variamente interpretabile, come del resto lo erano i fragili percorsi improvvisati dai candidati.
Due piccole precisazioni a margine: la scelta che nelle buste vadano inseriti materiali non noti, nel senso di non espressamente indicati nel programma svolto, assegna ai programmi stessi e agli insegnanti che li svolgono un’importanza abnorme.
Davvero pensiamo che le letture , le immagini o i film ma anche le semplici informazioni posseduti dai nostri alunni passino esclusivamente attraverso i programmi scolastici? 
Per fortuna non è così:
Dal mio punto di vista particolare di docente di storia dell’arte penso inoltre le seguenti cose
1.Mettere un’opera mai analizzata come spunto per la costruzione di un percorso interdisciplinare va oltre le capacità dei nostri studenti ( e anche 
delle mie).
2.Non siamo alla fine di un corso che forma esperti in attribuzione.
3.Il lavoro dell’attribuzione è ricco di insidie e di fallimenti anche per chi lo svolge da anni, e soprattutto non si svolge basandosi su una fotocopia o una slide.
Potrebbe essere un interessante gioco didattico, che ogni tanto si fa, ma non all’esame.
Evitiamo di imitare Rai yo-yo 
4. Nelle arti visive esiste la pratica diffusa della replica. Io potrei aggirare tranquillamente il vincolo dell’opera non nota facendo vedere agli alunni una delle repliche della cattedrale di Rouen di Monet che non abbiamo analizzato o una xilografia dell’urlo di Munch che NON È NOTA perché noi abbiamo visto solo le versioni dipinte.
5. Mettere nome e didascalia ad un’opera mai affrontata in classe non aggiunge valore alla prova del candidato. Al contrario innesca un meccanismo tale per cui, appreso che si tratta ad esempio di Cézanne, il candidato riporterebbe in modo automatico e nozionistico quello che si ricorda dell’autore. Tanto vale a questo punto chiedere “ collegami Cézanne, collegami Matisse, dimmi il Romanticismo”
6.Io sarei per l’ analisi di riproduzioni mute di una delle oltre cinquanta opere già analizzate in classe, perché già il padroneggiare i collegamenti di queste opere note è dimostrazione più che sufficiente di conoscenze critiche .
Il riconoscimento dell’opera e la sua corretta collocazione nel contesto storico e culturale di appartenenza sono infatti uno degli obiettivi principali della disciplina.

Infine una facile profezia: persistendo questa corrispondenza fra non noto e non svolto è prevedibile che nei prossimi anni secondo un costume diffuso nel nostro paese i programmi si facciano più vaghi o reticenti, consentendo l’inserimento di spunti ufficialmente “ non noti”.
Sui percorsi di alternanza scuola lavoro, e sull’ incombere delle prove INVALSI, per ragioni di spazio ci sentiamo alla prossima puntata.
Spero di aver offerto a tutti spunti utili e propositivi
Grazie per l’attenzione
Gigi Tavecchio 
tavecchiogigi@gmail.com per eventuali , graditissime , risposte.

Como, 5 luglio 2019.