RIMAFLOW: UNA BELLA STORIA DA STUDIARE – autogestione, riconversione e alternative fuori mercato.

di Gigi Malabarba

 

Riuso, riciclo, riappropriazione, rivolta il debito, rivoluzione è la declinazione che compare a caratteri cubitali sulla facciata dello stabilimento della RiMaflow, la rinascita della Maflow in forma autogestita dopo la chiusura e il licenziamento di 330 lavoratori e lavoratrici nel dicembre 2012.

Si tratta di un gioco insistente da parte nostra che si protrae targando anche le autoproduzioni agroartigianali (il rimoncello, la ripassata, le rimafline…) per sottolineare l’importanza della riconversione in senso ecologista che abbiamo voluto imprimere all’attività da sviluppare in quella che comunque era e vuole restare una ‘fabbrica’.

La Maflow produceva componentistica per automobili, in particolare per BMW, e -anche se avessimo potuto trattenere i vecchi macchinari come avremmo voluto- per ragioni obiettive non ci sarebbe stata alcuna possibilità di restare in una filiera automotive (impossibilità di accordi con le multinazionali dell’auto a monte a valle del segmento trattato). Ma la ragione di fondo della nostra decisione è stata quella di mettere finalmente in pratica i tanti discorsi –che spesso tali rimangono- che si sentono sull’<opportunità offerta dalla crisi> di percorrere una strada alternativa al produttivismo industrialista, che ha fallito su tutti i piani: economico, sociale e ambientale. Portandoci sull’orlo del disastro.

Quale tipo di produzione sarebbe stato utile intraprendere sulla base delle nostre possibilità e in connessione con i bisogni del territorio circostante? Un’analisi condotta in collaborazione con l’Afol della Provincia di Milano ha reso evidente la carenza di iniziative industriali per il recupero della materia prima dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche, che per l’85 per cento finiscono in discarica; mentre una raccolta differenziata e una lavorazione in loco (senza gli abnormi consumi di CO2 per il trasporto nelle megariciclerie) è largamente possibile. Su questo abbiamo elaborato un piano industriale sostenibile, già presentato alle amministrazioni locali e veicolato in questi mesi tramite la Campagna per la socializzazione di Cassa depositi e prestiti.

Tuttavia, le condizioni di ‘occupazione’ rendono impossibili le certificazioni e le procedure necessarie per quello che comunque è uno smaltimento rifiuti, ancor più di altre attività industriali; per cui –in attesa di un comodato d’uso che ci consenta di disporre della titolarità dell’area, che resta il nostro obiettivo per poter lavorare a norma e nel rispetto dei diritti di chi lavora- ci stiamo orientando sul riuso e riciclo del legno (bancali, produzione pellet, ecc.).

Se questa è la vocazione produttiva, anche le attività attualmente in corso si muovono in direzione ecologista e di un progetto di diversa economia. La ‘Cittadella dell’altra economia’ come l’abbiamo chiamata ruota attorno a una serie di laboratori artigianali (falegnameria, tappezzeria, saldatura, riparazione elettrodomestici, pc e cellulari,…) dopo che – per una grave quanto immotivata decisione dell’Amministrazione Comunale ci ha imposto la chiusura del mercato permanente dell’usato. Per oltre due anni, infatti, oltre a noi 20 soci iniziali di RiMaflow, un altro centinaio di disoccupati ha avuto la possibilità di costruirsi un reddito usufruendo degli spazi disponibili (l’area è di 30mila metri quadri) e facendo girare l’economia del sito: questa attività alimentava  un servizio bar-piccola ristorazione, corsi e attività culturali, e anche un ostello per rifugiati e senza casa che siamo stati costretti a sospendere. Circa metà degli espositori ha potuto continuare l’attività in uno spazio esterno alla fine concesso dal Comune.

Un ulteriore ambito lavorativo che caratterizza la nostra esperienza è quello di Fuorimercato. La prossimità con il Parco agricolo Sud Milano e con i produttori biologici in cerca di canali di distribuzione alternativi alla GDO ci ha spinto ad organizzare una sorta di logistica in direzione di una ventina di Gas di Milano, ora in crescita. Un’attività non ancora consolidata e che tuttora non ha raggiunto standard di sostenibilità economica, ma che riconfermiamo pienamente per il prossimo anno soprattutto per il sostegno che vogliamo dare in una logica di mutuo soccorso ai produttori ‘impegnati’, a partire da SOS Rosarno: che oltre all’ambiente e al cibo sano difendono i diritti di chi lavora pagandoli a contratto!

Fuorimercato ha stabilito importanti connessioni con la rete di Genuino Clandestino (tra cui la Fattoria senza padroni Mondeggi Bene Comune) nell’ottica del consumo critico e della sovranità alimentare. Gli incontri di ottobre 2014 in RiMaflow in occasione della due giorni No Expo e successivamente con il MST brasiliano e la Via Campesina hanno contribuito a rafforzare questi stessi progetti in corso, anche in direzione della costruzione di un’opposizione alle devastazioni ambientali e dell’alimentazione sponsorizzati da Expo 2015. ‘Nutrire il pianeta’ ha rappresentato infatti la più grande mistificazione operata dalle multinazionali degli Ogm e dei pesticidi, nonché dalle grandi corporation della privatizzazione dell’acqua a partire da Nestlè. E in troppi, anche molti tra coloro che si sono battuti positivamente contro in questi anni, non hanno resistito alla cooptazione dentro la bestia –via ‘Expo dei popoli’- pensando di portare la critica dall’interno del sistema ‘grandi eventi’ e convertendosi in realtà nel volto buono di chi semina debito, cemento e precarietà. F.i.co., Fabbrica Italiana Contadina, che si aprirà a Bologna dopo la chiusura di Expo a Milano, dà l’idea che sull’alimentazione vogliano dare la stangata finale alla piccola produzione di prossimità, sfondando su terreni su cui finora in Italia si era riusciti a difendersi (Ogm in primis).

A fine ottobre di quest’anno, grazie a questo percorso, si tiene l’assemblea nazionale di Genuino Clandestino proprio dentro RiMaflow. Negli incontri realizzati finora abbiamo posto all’ordine del giorno il miglioramento degli scambi tra le autoproduzioni alimentari attraverso canali alternativi alla grande distribuzione e degli adempimenti di autocertificazione per garantire a tutti la qualità al di là delle pastoie burocratiche del biologico autorizzato. Anche dal punto di vista delle autoproduzioni stiamo concretamente allestendo un maltificio per la produzione di birra con l’orzo dei produttori biologici locali, per chiudere la filiera biologica della birra. Ed è in stato avanzato il progetto di un mulino per fare altrettanto con la filiera del pane in collaborazione con il Distretto di economia rurale solidale.

Non sappiamo se la sperimentazione della fabbrica recuperata e autogestita RiMaflow ce la farà, tante sono le insidie ‘legali’ che ci fanno scontrare con la proprietà Unicredit e  istituzioni miopi quanto aggressive. Il forte rapporto costruito con Libera e la Caritas da un lato e la Coalizione sociale dall’altro ci hanno confortato nel resistere. Abbiamo la convinzione che un’altra economia, sociale e solidale, non sia da rimandare ad un’epoca da sol dell’avvenire, ma possa essere già oggi pratica di lotta dentro il più generale conflitto sociale per un’alternativa alla crisi del capitalismo. Siamo partiti dai bisogni di lavoro e di reddito cercando di dare una risposta concreta subito e in questa logica abbiamo riscoperto ‘la politica’, che non è appannaggio dei partiti.