La scuola come emergenza nazionale.

di Pierluigi Tavecchio (Como).

“Questo testo è la sintesi dei contributi scritti e degli interventi proposti nel corso di un attivo degli scritti al PRC/SE della provincia di Como svoltosi il 17 ottobre al quale partecipavano ,come ospiti, dirigenti della FLC/Cgil e studenti dell’UDS.
Consideriamo decisivo in questa fase politica riportare il tema dell’ istruzione al centro della nostra attività coinvolgendo nel modo più unitario le persone e i soggetti organizzati che vivono e lavorano nella scuola.
Per questo stiamo preparando iniziative di consultazione e di mobilitazione sulle questioni in questo momento più rilevanti che sono quelle dei sistemi di valutazione e della pratica dell’ alternanza scuola lavoro.
In particolare su questo argomento a Como stiamo organizzando un convegno a fine novembre al quale parteciperà il responsabile nazionale dei Giovani Comunisti”.

Parliamo di scuola come emergenza nazionale innanzitutto per una questione di numeri.
Banalmente non potrebbe essere altrimenti per una realtà che riguarda quasi otto milioni di studenti e quasi un milione di persone che nella scuola, a vario titolo, lavorano. Ma il primo vero grande problema che si vive nella scuola dipende dalla considerazione che questo settore occupa nelle intenzione dei gruppi dirigenti del nostro paese.

E allora non possiamo che constatare che la scuola pubblica , sempre parlando attraverso le cifre , é fra le voci di spesa dello stato quella che maggiormente ha subito tagli, che significano riduzione di posti di lavoro e diminuzione di risorse per il funzionamento.
Se guardiamo agli ultimi venti anni notiamo ad esempio che l’Italia si mantiene saldamente agli ultimi posti nelle classifiche europee nella percentuale di PIL (il 4% in media) destinato all’ istruzione e che l’ Italia nel 2010 era l’ unico paese europeo a non aver incrementato gli investimenti per il settore nel decennio precedente. Notiamo anche che a partire dal 2011 la scuola ha contribuito , per così dire , alla realizzazione delle manovre di austerità subendo tagli per 8 miliardi di euro in tre anni , corrispondenti a 125.000 posti di lavoro persi.

I progetti di riordino che si susseguono dagli anni ‘90 hanno in comune una impostazione spiccatamente aziendalista, nel senso che le leggi che hanno riguardato la scuola si sono preoccupate principalmente dei costi di gestione , dei tagli delle risorse destinate alle scuole e, invariabilmente , ragionando soprattutto sulla riduzione del costo del lavoro ( leggi: stipendi di insegnanti, segretari e bidelli).
La deriva aziendalista proposta da più di venti anni si determina anche incoraggiando la partecipazione di soggetti privati al finanziamento delle scuole pubbliche. Il privato che “ investe” nella scuola non lo farà mai per semplice beneficenza e comunque potrá pretendere di avere , come minimo , voce in capitolo sui contenuti delle attività didattiche e sulla scelta degli insegnanti, alla faccia dell’ articolo 33 della Costituzione sulla libertà di insegnamento.
La coperta sempre più corta , data come inevitabile e indiscutibile, ha partorito anche la competizione interna fra scuole e fra docenti per aggiudicarsi le magre risorse. La legge 107 / 2015 ha definitivamente introdotto la logica “premiale” parlando esplicitamente di riconoscimenti economici per scuole e docenti “ più meritevoli” e abbandonando invece il principio del compenso garantito per chi svolge il suo lavoro.
Nessun progetto di riordino presentato negli ultimi anni si è mai preoccupato di didattica, tutti al contrario hanno proposto modelli gestionali . Individuando una nuova terminologia e preoccupandosi di riconoscere nuovi incarichi, tutti esclusivamente di natura burocratica e amministrativa. ( da dirigente scolastico a funzioni strumentali ) ma non coinvolgendo mai la questione vera: come e perché fare scuola).

Selezione, dispersione scolastica, esclusione.

Se valutassimo il sistema dell’ istruzione anche noi piegandoci alle logiche dell’ efficienza aziendale, allora dovremmo dichiararne il fallimento.
Perché la scuola italiana produce abbandono e disaffezione con numeri impressionanti che dicono che il mandato imposto dall’articolo 3 della costituzione è largamente disatteso.
Siamo ai vertici europei perché annualmente nella fascia tra 10 e 16 anni il 15% degli studenti è a rischio di abbandono,
*perché ( dati 2014) L’ 11% degli studenti ha abbandonato gli studi nel corso del primo anno delle superiori,
*perchè negli ultimi quindici anni 3.000.000 di iscritti non hanno completato gli studi
*perché ancora nel 2014 il 15% dei giovani tra i 18 e i 24 anni non consegue un diploma e così abbiamo oltre due milioni di giovani sotto i 30 anni che non studiano, non lavorano, non si formano.
E nonostante questo notiamo che periodicamente riemerge un luogo comune secondo il quale la scuola italiana non sarebbe sufficientemente selettiva, come se non bastassero le cifre della dispersione scolastica, quasi che la qualità dell’insegnamento si misurasse sulle bocciature , si sente dire che la media dell’8% dei bocciati alle superiori è ancora troppo bassa.
Secondo questo luogo comune l’eccellenza sta nell’ avere molti scarti, peccato che qui ad essere scartati non siano fragole difettose o filetti coriacei , ma giovani uomini e giovani donne.
Diciamo che per la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini la strada da fare è ancora molto lunga.

La crisi della democrazia nella scuola tra competitività e passivizzazione.

Nella scuola italiana ci sono poi tre motivi validi per parlare di una crisi della democrazia che si rende visibile nella partecipazione sempre meno convinta di docenti genitori e studenti alle elezioni dei rappresentanti negli organi collegiali che, per come sono oggi ,generano indifferenza e sfiducia.
Il primo motivo di crisi , già accennato , riguarda il fatto che le cosiddette riforme degli ultimi decenni, detto molto semplicemente, non si sono occupate di scuola.
Il ministero appare lontano, impone norme e disposizioni organizzative.
Da anni non è stata compiuta nessuna reale consultazione di massa di studenti e docenti, perchè i riordini proposti riguardavano il contenitore e non gli argomenti studiati, i metodi di studio e di insegnamento , i criteri di valutazione.
Quindi del parere di chi a scuola studia e insegna non c’ era bisogno.
Ma il secondo problema , che é il sintomo più allarmante per la democrazia interna, è che questo continuo e necessario aggiornamento sul cosa fare e come farlo non avviene più neanche a scuola.
La parte più creativa del lavoro degli insegnanti, cioè la programmazione, è davvero lasciata alla discrezione dei singoli e, alla faccia del loro nome, i consigli di classe e i collegi docenti si occupano soprattutto di aspetti burocratici e gestionali.
Sembrano lontani secoli gli ultimi anni ‘80 che videro spuntare come funghi sperimentazioni autonome o assistite che, anche se spesso avviate con metodi discutibili e finalità clientelari, almeno accesero un utile dibattito sul modello di scuola che ci si voleva cucire addosso.
In una scuola dove gli insegnanti sono lasciati a se stessi in quanto figure intellettuali e privati di un sistematico confronto, prevalgono la passiva rassegnazione o un atteggiamento competitivo individualista che finiscono , e qui sta il terzo deficit di democrazia, per riflettersi anche sugli studenti.
Il modello sociale che il pensiero neoliberista vorrebbe creare è quello della competizione esasperata dove tutto si gioca in una gara a chi arriva prima degli altri. Costi quel che costi.
Come accennavamo sopra la legge 107 , la cosiddetta buona scuola , ha ratificato questa tendenza, introducendo un principio basato sulla competitività .
Quando nella” buona scuola” si parla di premiare gli insegnanti migliori e le scuole migliori si produce una riduzione degli spazi democratici sia per quanto riguarda i diritti sindacali sia per quanto riguarda la ripartizione delle risorse alle singole scuole, venendo meno al principio stesso di scuola pubblica stabilito dalla Costituzione.
I diritti dei lavoratori , come vedremo più avanti ,sono infatti ridotti perchè quote crescenti del loro salario sono sottratte alla contrattazione interna tra RSU e dirigenza e affidate a un comitato di valutazione autoreferenziale guidato dal dirigente scolastico e fuori da ogni controllo.

Riportare il tema dell’ istruzione al centro del dibattito politico. Alcune proposte : il sistema di valutazione e l’alternanza scuola-lavoro.

É necessario mettere la scuola fra i punti centrali del dibattito politico in questo paese.
Occorre elevare il grado di consapevolezza collettiva su questi temi per uscire dall’ infinita serie di luoghi comuni (scuola seria scuola che boccia, gli insegnanti lavorano solo 18 ore a settimana, a scuola non si impara niente diutile, … ) che a furia di ripetersi vengono presi per reali.
Ma occorre anche porre al centro la questione, non più eludibile , di una radicale riforma del sistema dell’ istruzione pubblica in Italia.
In questo senso va salutata con favore e pienamente appoggiata la presentazione di una nuova proposta di L.I.P. per la scuola della Costituzione.
Testo completo lipscuola.it
Dopo l’esperienza entusiasmante ,ma non giunta a termine per poche migliaia di firme, della campagna per i 4 referendum contro la buona scuola, nell’ agosto scorso è ripartito un percorso che dobbiamo sostenere : perché in questa proposta di legge si parla del diritto universale dell’ accesso ai saperi , della gratuità dell’istruzione pubblica, della necessità della formazione permanente degli adulti, della incostituzionalità dei finanziamenti alle scuole .

Il nodo dei sistemi di valutazione

I docenti ‘ più meritevoli’ sono riconosciuti tali non se dimostrano di fare bene il loro lavoro ( preparare lezioni, verifiche, insegnare, programmare collegialmente attivitá) , ma se si mettono in vista assumendo incarichi organizzativi a fianco del dirigente scolastico, se dichiarano la volontà di svolgere attività non dovute anche se legate alla funzione docente. In presenza di un contratto nazionale ( scaduto da otto anni) che ancora non riconosce economicamente la reale complessità del lavoro docente , la speranza di un modestissimo aumento retributivo è legata quindi al giudizio del comitato di valutazione interno che secondo la legge, e spesso nella realtà, agisce in modo totalmente autocratico. Anche nei pochi casi, nei quali il collegio dei docenti riesce a proporre criteri di valutazione del merito docente condivisi democraticamente, sono il comitato di valutazione e, al suo vertice, il dirigente scolastico ad avere l’ultima parola.
Le risorse alle scuole sono attribuite attraverso un sistema che attribuisce meriti a chi ottiene i migliori risultati in prove standardizzate stabilite dall ‘ Istituto nazionale di valutazione del sistema dell’ istruzione , INVALSI.
Questi test , ormai conosciuti bene anche dalle famiglie, stanno modificando nel concreto la didattica e lo faranno sempre di più quando diventeranno obbligatorie e determineranno la classifica delle scuole in corsa per i finanziamenti.
Infatti ,se per accedere ai finanziamenti le scuole dovranno dimostrare di aver migliorato le prestazioni degli studenti nelle prove INVALSI , i docenti saranno costretti ad addestrare i propri allievi a quel tipo di test e a sacrificare tutto il resto. Anche perchè si profila la possibilità che le prove INVALSI compaiano agli esami di stato , sostituendo la terza prova scritta. Si tratta di test uguali per ogni tipo di scuola e di indirizzo, che riguardano solo alcune materie comuni, e che in questo hanno il più grande limite di credibilità didattica. I criteri INVALSI sono poi influenti anche nei RAV , rapporti di autovalutazione, basati sulle prestazioni degli alunni e sull’ impegno formale delle scuole a migliorarli.
In questo modo vengono cancellati anni di buone pratiche didattiche e di valutazione , basate sui miglioramenti dei livelli di partenza degli alunni, e sulla consapevolezza che questi livelli sono pesantemente condizionati dalle condizioni socio economiche degli studenti e delle famiglie.
Ancora una volta a farne le spese saranno le classi sociali subalterne, quelle per le quali è obiettivamente più difficile avere , fuori dalla scuola, strumenti e stimoli culturali e occasioni di crescita , e per le quali sarà più difficile raggiungere gli obiettivi standardizzati.
Sarà così ratificata la presenza di scuole di serie A, B, C … e il fatto che soprattutto le migliori vengano premiate non farà altro che aumentare il divario fra le cosiddette eccellenze e le situazioni arretrate e di disagio.
Sempre più lontani sembrano essere gli obiettivi stabiliti dalla costituzione per la scuola della repubblica non solo nelle sue finalità di promozione sociale ma anche per quanto riguarda il diritto allo studio e l’ accesso gratuito al sapere. Al contrario, mentre non si incrementano le risorse per la scuola pubblica, si finanzia indirettamente la scuola privata con favori fiscali a chi spende per iscriverci i propri figli e violando il principio “ libertà di istruzione senza oneri per lo stato” stabilito dall’ articolo 33 della Costituzione.

L’alternanza scuola lavoro.

L’alternanza scuola-lavoro non è una trovata del Governo Renzi, anche se la legge 107 – la cosiddetta “Buona scuola” – l’ha estesa rendendola obbligatoria per tutti gli studenti del triennio delle superiori. L’obiettivo dichiarato è mettere gli studenti a contatto col mondo del lavoro, in modo che possano unire alla teoria che si studia a scuola delle esperienze pratiche e possano “farsi le ossa”.
Dopotutto, una delle problematiche più gravi del nostro Paese è la mancata connessione tra mondo della scuola e mondo del lavoro.
Ma come viene svolta l’alternanza? Le scuole stipulano delle convenzioni con enti o imprese e gli studenti vi lavorano gratuitamente (senza retribuzione né rimborso spese) per 200 ore per i licei e 400 per le scuole professionali. L’anno scorso il Ministero ha siglato inoltre un accordo con i cosiddetti campioni dell’alternanza: McDonald’s, Fiat Chrysler, Zara, Eni, Coop per mandare 10 mila ragazzi presso queste aziende.
Non vi è alcuna garanzia sostanziale di controllo del rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro (il ragazzo deve firmare un patto formativo in cui si impegna a rispettarle – lui..) ed è di pochi giorni fa la notizia di un grave incidente che ha visto un ragazzo venir ferito gravemente perché il muletto che stava guidando si è ribaltato.
Già l’anno scorso abbiamo denunciato questa assurda situazione che vedeva gli studenti friggere patatine nei McDonald’s per guadagnarsi la maturità.
Venendo però di un’analisi più complessiva e dobbiamo prendere atto dell’assoluta mancanza di volontà da parte del Governo di regolamentare seriamente l’alternanza, che è pensata a tutti gli effetti per sostituire i lavoratori salariati con minorenni gratis.
L’ alternanza scuola- lavoro propone alla stragrande maggioranza degli studenti mansioni assolutamente parcellizzate, dequalificate, cosa ben diversa dalla osservazione e dall’ affiancamento che dovrebbero aprire gli occhi dei giovani sul mondo del lavoro. I tutor interni ( docenti delle scuole) sono assenti e materialmente non possono seguire intere classi disperse ai quattro venti; i tutor esterni, aziendali, che possono determinare una bocciatura con il loro giudizio negativo, non hanno alcuna competenza didattica, spesso pretendono prestazioni immediatamente al livello del personale già formato, spesso risolvono i casi di conflitto con lo studente con giudizi pesantemente negativi.
L’alternanza scuola-lavoro va dunque abolita, come abbiamo abolito i voucher. Innanzitutto va abolita la sua obbligatorietà, che impone alla stragrande maggioranza degli studenti un percorso totalmente estraneo alla formazione scolastica intrapresa e che spesso si risolve davvero nel fare fotocopie, prendere i panni in lavanderia per il dirigente o friggere patatine.
Va inoltre garantito il rispetto delle norme di sicurezza, che le aziende siano certificate antimafia e soprattutto che vi sia una retribuzione.
Perché se l’alternanza deve essere un investimento per il futuro non può e non deve risolversi in qualche mese di lavoro svolgendo per mesi una mansione che si impara in qualche ora in sostituzione di qualche segretaria in maternità o di qualche lavoratore sindacalizzato che ha dato fastidio.
Per come è adesso, l’alternanza propone mansioni dequalificate , cioè parti marginali e parcellizzate di lavori ripetitivi.
Non vale certo per” imparare un mestiere”, perché sappiamo che l’ eccessiva specializzazione al ribasso non è neppure spendibile sul mercato del lavoro. Una mente aperta, che conosce e sa orientarsi è invece necessaria oggi in una realtà dove i compiti meramente esecutivi sono sinonimo di precarietà, perchè aggiudicati con una guerra fran poveri a chi accetta lo stipendio più basso e rinuncia a sicurezza e diritti .
Finché l’ alternanza sarà fatta così è giusto pretendere che gli studenti siano pagati per farla, ma noi siamo determinati ad ottenerne l’ abolizione, perchè oltre che iniqua è anche inutile dal punto di vista formativo.
Pensiamo che il rapporto fra la scuola pubblica e il mondo del lavoro debba realizzarsi in modo completamente diverso. Prima di tutto non deve svolgersi obbligatoriamente e non deve in alcun modo costituire oggetto di valutazione da parte di enti esterni, quasi fosse una nuova materia di studio.
La conoscenza del mondo del lavoro deve essere una attività intrapresa dai singoli consigli di classe dopo averne valutata l’ utilità ai fini didattici, esattamente come già oggi si dovrebbero programmare le uscite ai musei , le partecipazioni a seminari e conferenze, i viaggi d’ istruzione. L’ esperienza deve essere assolutamente pertinente con il percorso di studi intrapreso e va gestita come affiancamento e osservazione di un ambiente di lavoro, non come assunzione di mansioni. Trattandosi poi di attività da svolgersi all’ esterno e in orari extrascolastici andrebbe previsto in questo caso almeno un rimborso per tutte le spese legate al suo svolgimento.