LOMBARDIA : IL GOVERNO DELLE DESTRE FA MALE ALL’ECONOMIA. di Roberto Romano

Matteo Renzi durante la conferenza di fine anno (2015) e dopo la pubblicazione dei tassi di crescita di Eurostat ha dichiarato: “L’Italia è ripartita, siamo fuori dal pantano del 2013. Dopo anni di grigiume, il clima è decisamente cambiato”. L’obbligo dell’ottimismo è arrivato ad un punto difficilmente superabile. Da questo punto di vista il Ministro dello Sviluppo supera il maestro. Il titolo del grafico che vedete sotto disponibile sul sito del ministero è intitolato: “Il Pil italiano continua il suo recupero nel terzo trimestre”.

Grafico 1

Il posizionamento dell’Italia rispetto agli altri Paesi è sempre più divergente e negativo, ma il Ministro dello sviluppo parla di ripresa. L’aspetto curioso è però un altro: molta stampa ha ripreso il titolo e il grafico per “mostrare” l’inversione di tendenza. Servirebbe un telescopio per vedere la crescita, ma al governo hanno la vista lunga.

In realtà la Commissione Europea prevede una crescita dello 0,8% per il 2015, più bassa di quella indicata dal governo nella Legge di Stabilità e di quella pubblicizzata nei magazine. La bassa crescita dell’Italia rispetto alle così dette riforme non è solo molto bassa, ma ha indotto la Commissione a posticipare l’accettazione delle flessibilità introdotte nella Legge di Stabilità. Si tratta di 1 punto percentuale di PIL che potrebbe condizionare la formazione del Bilancio dello Stato per il 2017, già appesantito dalle clausole di salvaguardia ormai prossime a 35 mld di euro.

La Lombardia

Il Pil della Lombardia nel corso degli ultimi anni è diminuito meno di quello nazionale – meno 9 punti percentuali -, ma non per questo il valore aggregato (2008-2014) è migliore. Infatti, il Pil nel presente periodo è diminuito di 4,2 punti percentuali.

Grafico 2

Dati estratti il13 gen 2016, 14h17 UTC (GMT), da I.Stat

 

 

 

 

 

Infatti, la povertà relativa aumenta nel nord del paese in modo impressionante da 5,9% del 2000 a 8,5% del 2013. Valori che condizionano e indeboliscono le politiche pubbliche a sostegno del reddito.

grafico 3

Reddito, risparmio e deflazione

Secondo le ultime rilevazioni Istat il reddito delle famiglie è salito dell’1,5% rispetto al 2014, ma la propensione al risparmio al risparmio, che è reddito non utilizzato, è in aumento dello 0,9%, salendo a 9,5%. Non è propriamente un indicatore positivo. Infatti, la propensione al risparmio aumenta ogni volta che si manifesta una forte incertezza nel futuro. In altri termini, le famiglie risparmiano più del dovuto perché il futuro atteso è peggiore del presente. Non a caso i consumi aumentano dello 0,4%, cioè una frazione rispetto alla crescita del risparmio, nonostante la pressione fiscale sia rimasta sostanzialmente stabile e per alcuni versi in contrazione: 41,4%.

 

L’inflazione dell’Eurozona rimane molto bassa. A dicembre è stabile a 0,2%, rispetto al mese di novembre. Per decenni in Europa la parola più usata è stata inflazione, ma fin dall’avvio dell’UE (1992) il rischio principale delle politiche economiche europee era la deflazione. Se tagliamo spesa pubblica e salari per troppo tempo, prima o poi la domanda interna si contrare. La deflazione è un male ben peggiore dell’inflazione: distrugge produzione, lavoro e, alla fine, compromette la stabilità finanziaria del sistemo economico. Una parte dei debiti incagliati delle banche, le così dette sofferenze, pari a quasi 300 mld di euro, è figlia di questa e paradossale situazione.

Lombardia nel consesso europeo

La domanda a cui dobbiamo rispondere è molto semplice: la Lombardia è una regione europea? È attrezzata per affrontare la sfida di struttura che l’attende? Ha le competenze necessarie per giocare un ruolo nella divisione internazionale del lavoro, in particolare negli oligopoli sovra-nazionali? Sebbene in termini assoluti e aggregati la Lombardia rimane la regione comparativamente più solida tra quelle italiane, il confronto europeo è molto meno positivo. Se l’economia è diventata europea, è solo attraverso una coerente comparazione con le altre regioni europee che possiamo “comprendere” la forza/debolezza della struttura regionale. Inoltre, i valori assoluti non aiutano. Infatti, la dimensione della regione permette di realizzare volumi e grandezze di Pil prossime a quelle di alcuni paesi di piccola dimensione dell’area euro. Se nel 2011[1] il Pil della Lombardia era secondo solo a quello della Ile de France, rispettivamente 337.161 mln e 608.648 mln; sebbene il valore aggiunto registra lo stesso trend – Lie de France 583.374 mln e Lombardia 301.917 mln -, nonostante il valore aggiunto industriale sia al terzo posto – Bayem 120.065 mln, Baden Wurttemberg 118.669 mln e Lombardia 75.791 mln -, la ripartizione per abitante del Pil non colloca la Lombardia ai primi posti. Utilizzando il Pil pro-capite (2011) la Lombardia scende al 32° posto con 33.200 euro.

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Fonte: fondazione Edison, 2015

 

 

 

 

Se utilizzassimo il valore aggiunto per abitante, solo come indicatore generale, ma non adeguato per comprendere lo stato di salute del sistema economico, le cose migliorano solo in apparenza. Infatti, il valore aggiunto dovrebbe essere calcolato in relazione alla forza lavoro occupata. Il valore aggiunto per addetto della Lombardia è una frazione di quello medio di molte province europee. Rispetto alle migliori province, il valore aggiunto per addetto è un terzo. In altri termini, nonostante il valore aggregato della produzione industriale sia prossimo a quello delle migliori regioni, la produttività è molto bassa. Ciò condiziona le policy industriali. Sono tre le strade che si possono percorrere:

  • chiudere la metà degli impianti per avvicinare la produttività tedesca;
  • licenziare la metà dei dipendenti per raggiungere la produttività tedesca;
  • cambiare il motore della Lombardia.
Principali province europee specializzate nell’industria manifatturiera per livelli di valore aggiunto per occupato in mln di euro
valore aggiunto per addetto 2011
168.181 ingolstadt, kreisfreie stadt germania
159.368 ludwigshafen am rhein, kreisfreie stact germania
155.315 wolfsburg, kreisfreie stadt germania
111.986 dingolfing-landau germania
106.086 boblingen germania
98.310 heilbronn, landkreis germania
96.295 bodenseekreis germania
89.406 rastati germania
86.279 biberach germania
83.325 ostalbkreis germania
80.788 gutersloh germania
78.414 legnicko-glogowski polonia
76.322 esslingen germania
68.563 markischer kreis germania
65.555 monza brianza italia
63.532 mantova Italia
62.254 bergamo italia
60.268 brescia Italia
60.088 varese Italia
58.562 reggio emilia Italia
57.825 modena italia
53.259 vicenza italia
52.698 treviso Italia
Fonte: nostra elaborazione su dati Fondazione Edison

 

Produzione industriale comparata

Se guardiamo alla produzione industriale in genere e alla produzione di beni strumentali possiamo comprendere il posizionamento europeo e internazionale della Lombardia. Sebbene l’andamento sia migliore di quello medio nazionale, la distanza dai paesi OCDE ed europei delinea un allontanamento che chiama in causa proprio la struttura manifatturiera in quanto tale. Nel periodo che va dal 2000 al 2008 la Lombardia si trova agli ultimi posti della produzione industriale. Solo Italia e Francia sono riusciti a fare peggio. La variazione della produzione aggregata 2000-2008 della Lombardia è pari a 4,2, quella dell’Italia a 1,7%, la Francia arriva 2,4%. Tutti gli alti Paesi presi a riferimento hanno risultati migliori, e non solo di decimali: Germania 23,6%, Giappone 11,2%, Stati Uniti 9,1%, Euro Area 15,1%, area OCDE 15,6%. Le cose vanno solo un po’ meglio nel periodo 2009-2014, con una contrazione della produzione industriale della Lombardia del 3,2%, nel mentre la Germania cresce ancora del 2,2%, così come l’area OCDE che registra un più 1,2%. Importante è la crescita della produzione industriale statunitense (5,2%), figlia della politica economica espansiva adottata in questo Paese. Possiamo consolarci sostenendo che siamo andati meglio di altri paesi europei e dell’Italia in particolare, ma la differenza di produttività determina una ulteriore contrazione dell’attività produttiva.

Diverso è l’andamento della produzione industriale di beni strumentali. E’ l’unica area di produzione che riesce a perdere meno terreno. È sempre molto distante dalla media europea e tedesca in particolare, ma la maggiore tenuta in questo campo potrebbe diventare una occasione, ovviamente rinnovato per intercettare il nuovo paradigma economico legato alla green economy. Tra il 2000 e il 2008 la Lombardia realizza una crescita dell’8,9%, l’euro area del 17,5%, la Germania del 26,3%, la Francia del 10,8%. L’Italia si allontana dai Paesi di riferimento con una contrazione dell’1,2%. Nel periodo seguente (2009-2014) tutti i paesi riducono la produzione di beni capitali, al netto della Germania che cresce del 4,8%. La contenuta riduzione della produzione di beni capitali della Lombardia (meno 9,8%), gli altri Paesi hanno valori impressionanti –  Francia meno 13,9%, Giappone meno 14,7%, euro area meno 7,7%, Italia meno 26,2% – potrebbe diventare la base di rilancio dell’industria lombarda nella misura in cui riesce ad agganciare le grandi imprese sovra-nazionali, cosa che è effettivamente accaduta nella subfornitura del settore automotive, ormai quasi interamente agganciata alla Germania.

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Occupazione

Prima o poi si comincerà a ragionare di occupazione e non di disoccupazione. Infatti, la disoccupazione è legata alla speranza di trovare un lavoro – solo chi domanda lavoro entra nella statistica -. Il tema richiama le politiche economiche. Il tasso di disoccupazione di Italia e Lombardia è una frazione di quello reale. Come già ricordato, gli inattivi, cioè quelli che non cercano più lavoro perché sfiduciati, sono quasi 6 milioni. Per la Lombardia significa un tasso di inattività del 30%, con una punta del 40% per le donne. Se utilizzassimo anche gli inattivi per misurare la disoccupazione, l’Italia avrebbe un tasso di disoccupazione doppio – quasi al 21% -, mentre quello della Lombardia salirebbe al 12%. L’indice di disoccupazione della Lombardia è del 6,7%, ma è il tasso di occupazione che manifesta o meno il recupero occupazionale. Purtroppo la Lombardia è ancora lontana dai valori di inizio crisi.

Il problema dell’Italia e della Lombardia è l’incapacità, sarebbe molto più corretto dire “impossibilità”, di creare nuovo lavoro almeno in misura equivalente al lavoro perso. Se facciamo 100 l’occupazione della Lombardia nel 2006, nel III trimestre sarebbe pari a 93. Infatti, gli occupati in senso stretto non sono aumentati o pari a quelli di inizio crisi. Tutte le politiche dal lato dell’offerta non potevano risolvere il nodo strutturale, piegando la flessibilità – positiva perché sposta occupazione da settori in declino verso i settori emergenti – in precarietà e disagio sociale.

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