SCUOLA: “MENO VIDEOSORVEGLIANZA, PIÙ AULE E PIÙ INSEGNANTI”.

di Pierluigi Tavecchio

Autunno 2018. La scuola italiana non è oggi nelle condizioni di rispettare il mandato che la Costituzione le affida, cioè la promozione della cultura, la formazione piena dei cittadini attraverso il confronto di idee e di metodologie didattiche.

Possiamo affermarlo guardando i risultati complessivi. L’Italia infatti risulta ultima nella classifica dei paesi OCSE per quanto riguarda il grado di istruzione dei giovani e, con il 18% degli studenti che non terminano la scuola secondaria superiore, è seconda solo alla Spagna nella classifica degli abbandoni scolastici.

La scuola italiana non funziona neanche come “ascensore sociale” perché solo il 2% degli studenti che provengono dalle famiglie più povere ha una carriera scolastica regolare.

Infine, come se non bastasse una percezione quotidiana a confermarlo, ci sono anche i dati sull’analfabetismo funzionale ( nel 2016 più di un quarto degli italiani non ha sufficienti abilità di lettura, scrittura e calcolo nella situazione di vita quotidiana) a chiamare in causa complessivamente il sistema dell’istruzione, che non produce interventi contro l’analfabetismo di ritorno, ormai arrivato a dimensioni di massa.

La scuola pubblica oggi è così perché si trova sottoposta ad un duplice attacco. Il primo è di tipo economico. Le politiche dei governi di centro destra avevano utilizzato, ai tempi della “riforma” Gelmini, la scuola come cassa, togliendole risorse stimate intorno agli 8 miliardi.

I governi più recenti , quello che ha partorito la legge 107 ( “ buona “ scuola) ma anche l’attuale hanno sempre agito , nei confronti della scuola, preoccupandosi di tagliare e razionalizzare la spesa diffondendo una immagine della scuola dominata dagli sprechi e da lavoratori scansafatiche.

Ma ricordiamolo, l’ Italia è da almeno un decennio agli ultimi posti in Europa nel confronto percentuale fra spesa per l’istruzione e P.I.L., siamo messi meglio solo di Bulgaria, Irlanda e Romania con un 3,6 % che l’ anno prossimo scenderà a 3,5. “Bisogna scaldarsi con la legna che si ha”, dice con metafora stagionale il ministro Bussetti, e quest’anno per la prima volta non ci saranno voci specifiche per l’ istruzione nella legge di Bilancio.

Ma i soldi servirebbero ,e come, per una scuola che ancora tiene il 13% dei docenti nella condizione di lavoratore precario , che, in cambio di stipendi che sono fra i più bassi d‘Europa, chiede ai suoi insegnanti di svolgere molte mansioni a titolo praticamente gratuito.

Ma i soldi servirebbero soprattutto perché oggi le lezioni si svolgono in aule sovraffollate e in edifici che per oltre il 50% non applicano le misure per la prevenzione degli incendi o non sono agibili a norma di legge e sono quindi insicuri e pericolosi per chi ci studia e ci lavora.

Ma questa , la vera sicurezza nelle scuole, è rimossa come problema, e invece ,soprattutto da parte della Lega si preferisce sbandierare, a beneficio di una opinione pubblica avvelenata, la necessità di sorvegliare le scuole, come fossero covi di violenza, prevaricazione e devianza, con telecamere e vigilantes.

E questo è il secondo attacco, svolto attraverso i mass media, che punta a distruggere la scuola nell’immaginario degli italiani, gli insegnanti fannulloni, “gli insegnanti che lavorano solo diciotto ore alla settimana e che hanno tre mesi di ferie “ sono una balla colossale, ma funzionano , esattamente come la balla dei 35 € al giorno dati ai migranti , perché fanno presa sulla disinformazione e alimentano rancore e individualismo.

Le “ sparate” di autorevoli esponenti della lega con incarichi al MIUR, che ,in poche parole , dicono che a scuola non si impara nulla; le scorciatoie, sempre leghiste, per ovviare il divario qualitativo fra scuole serie e scuole facili ( leggi rispettivamente del nord e del sud) che consisterebbe nell’abolizione del valore legale del titolo di studio, ma soprattutto la superficialità delle leggi di riforma che trattano la scuola solo come un problema organizzativo e trascurano le questioni culturali e didattiche, cioè il come e il perché fare scuola, sembrano fare parte di una strategia che mira a sminuire il ruolo della scuola, a cancellare l’ istruzione pubblica come pilastro dello stato sociale, a giustificare una riduzione costante di finanziamenti e a consegnare il settore al mercato trasformando l’accesso ai saperi da diritto universale a privilegio per i pochi che se lo possono permettere.

Da dove ripartire quindi? Da quattro questioni che hanno grande rilevanza culturale e politica e possono far parte di una proposta alternativa di società.

1.Rovesciando completamente la versione imposta dalle destre, dobbiamo dire che oggi c’è bisogno di più scuola, pubblica. Oggi più che mai c’è bisogno di una formazione permanente per gli adulti e per i dispersi , a cui accedere gratuitamente a prescindere dall’età, ribaltando contemporaneamente due paradigmi: quello che esista un’ età per lo studio e una per il lavoro, e quello per cui lo studio si giustifichi solo come addestramento a una professione e non invece come promozione della persona umana.

Oggi più che mai c’è bisogno di una scuola pubblica che faccia della capacità inclusiva la sua vera eccellenza, diventando luogo per tutti, come indica la Costituzione, adattando la sua offerta formativa ai bisogni di chi si trova in condizioni di svantaggio per ragioni fisiche, economiche e culturali

2.Occorre riportare nella scuola la centralità della formazione dei docenti. Una formazione che sia basata sul confronto, dal basso, di esperienze didattiche concrete , sulla pratica diffusa della codocenza , sull’ autoaggiornamento invece che, come avviene in gran parte attualmente,sulla somministrazione astratta di princìpi che giustifica solo l’ esistenza degli enti formatori. Una formazione che rientri come attività retribuita e stabile nella definizione della funzione docente.

3.Va dibattuto e ridefinito il senso della valutazione. La misurazione e la verifica del lavoro svolto sono considerate, da un pensiero sempre più diffuso nella società e nella scuola, tanto più valide quanto più producono selezione e scarti. Scuola seria uguale scuola che boccia, insomma. Voti alti uguale eccellenza, e così via. Considerare la valutazione in questi termini ci porta , come docenti, semplicemente a ratificare successi ed insuccessi di percorsi che dipendono largamente da ciò che succede al di fuori della scuola, da differenze sociali ed economiche che si traducono in capacità, motivazioni e interessi diversi, ricche per i ricchi, modeste per i più poveri. La parzialità è anche la critica principale che va mossa nei confronti delle attività dell’ INVALSI, principale istituto che si occupa di valutazione del sistema scolastico italiano. Le Prove Invalsi, lo sappiamo tutti, e persino lo stesso ente lo ha di recente ammesso, verificano solo conoscenze nozionistiche in un numero limitatissimo di discipline. Eppure, pur trascurando ( e non potrebbero fare altrimenti) il raggiungimento di obiettivi educativi come l’ acquisizione del senso civico, delle capacità critiche ed espressive, le prove INVALSI sono usate per stabilire una graduatoria della qualità delle scuole, alimentano la competizione tra i vari istituti e costringono gli insegnanti a trasformarsi in addestratori per Il raggiungimento di buoni risultati nei test. Le prove Invalsi sono quindi lo strumento principale che serve per mettere in palio pezzetti della “ coperta corta” per la scuola pubblica e a rendere accettabile una scarsità di risorse che, come sappiamo, non è inevitabile ma è frutto di un disegno politico ben preciso

4.Ascoltando quello che ci dicono studenti e docenti coinvolti, dobbiamo continuare a criticare il sistema dell’ alternanza scuola lavoro, che

– Toglie un numero abnorme di ore alle attività scolastiche offrendo spesso esperienze ripetitive e poco significative che potrebbero essere effettuate nella metà del tempo impiegato

– Spesso si configura come lavoro vero e proprio, svolto SENZA essere retribuito Concretamente L’ ASL andrebbe decisa e programmata dai consigli di classe, in piena autonomia e per l ‘arricchimento dell’ offerta formativa, similmente a quello che già si fa per attività , consigliate e non obbligatorie, come i viaggi di istruzione. E non deve comportare, come invece avviene oggi, spese aggiuntive per gli studenti che la svolgono. Nel caso invece si configuri come attività lavorativa vera e propria deve essere retribuita e tutelata a norma di legge per evitare il ripetersi dei numerosi casi di lavoro nero istituzionalizzato riscontrati nel recente passato.

Como, 05/11/2018

Pierluigi Tavecchio – Segretario Provinciale Prc/SE Como ed Rsu FLC Cgil Liceo C.Porta Erba (CO)