Governo Renzi e giunta Maroni: politiche abitative fallimentari.

di Giovanni Carenza.

Il fallimento delle politiche abitative dei Governi nazionali e regionali dagli anni ‘90 a oggi è ben sintetizzato dai seguenti dati:

  • 3,3 miliardi di euro spesi dallo Stato e dalle regioni per il Fondo Sostegno affitti dal 1999 a oggi, mentre gli sfratti per morosità sono passati dai 20 mila all’anno di 15 anni fa ai 70 mila del 2015. Questi soldi sono andati in gran parte a sostenere la rendita immobiliare e hanno giovato ben poco alle famiglie destinatarie del contributo.
  • Dai dati comunicati dal Governo a seguito di interrogazioni parlamentari veniamo a conoscenza che dei 324 milioni di euro stanziati per il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso all’abitazione, per il biennio 2014-2015, le risorse effettivamente trasferite dalle regioni ai comuni per essere utilizzate sono solo 75 milioni, poco più del 20%. Di chi è la responsabilità? Delle regioni che non agiscono per trasferire le risorse o dei comuni che non ne fanno richiesta?
  • Anche i fondi destinati al contrasto al disagio abitativo delle categorie più fragili elencate all’art.1 comma 1 della legge 8 febbraio 2007 numero 9 (approvata dai ministri Ferrero e Di Pietro), sottoposte a procedure esecutive di rilascio per finita locazione sono rimasti in gran parte inutilizzati dai comuni ( solo 4 milioni su 25 del riparto destinato appunto agli sfrattati per finita locazione ).
  • 700,000 famiglie collocate nelle graduatorie comunali in attesa di un alloggio a canone sociale/moderato, mentre sono 450 mila le famiglie sfrattate negli ultimi 10 anni, con un costante aumento degli sfratti per morosità incolpevole.
  • Fallimento nell’applicazione del decreto sulla morosità incolpevole. Su di un totale di 83,39 milioni di euro disponibili nel biennio 2014-2015 (di cui 68,46 statali) le risorse assegnate dalle regioni si attestano a 23,49 milioni mentre quelle effettivamente spese dai comuni sono 12 milioni. A metà del 2015 i contratti rinnovati erano solo 204, i nuovi contratti 78 e quelli rinegoziati con un canone inferiore 38 mentre i differimenti di esecuzione dei provvedimenti di rilascio sono stati 501. Risultati molto scarsi in rapporto alle risorse stanziate e utilizzate e in relazione all’enorme sofferenza abitativa in Italia, che abbraccia centinaia di migliaia di famiglie sotto sfratto o in grave ritardo con il pagamento del canone o del mutuo.
  • Alla data del 30 giugno 2013 sul conto corrente 20128/1208 della Cassa Depositi e Prestiti c’erano ancora 1,05 miliardi di euro ex Fondi Gescal, come denunciava persino il Sole 24 Ore, con una inchiesta dettagliata e l’elenco dei fondi regione per regione. La Lombardia aveva ancora a disposizione circa 120 milioni di euro, il Lazio oltre 200. Risorse che però salgono a 1,61 miliardi includendo anche 572 milioni prelevati in passato dallo Stato a titolo di prestito e che lo Stato sta restituendo gradualemente. aI fondo Gescal, lo ricordiamo erano fondi prelevati dalle buste paga dei lavoratori e trattenute ai datori di lavoro. Nel 1992 la trattenuta scompare ma rimangono circa 5000 miliardi di lire assegnati poi alle varie regioni. Torneremo più avanti sulla questione dei fondi Gescal per quanto riguarda l’uso che ne sta facendo la Regione Lombardia.

Questi dati dimostrano che continuare a parlare della crisi abitativa in termini di emergenza che riguarda solo una fascia più debole della popolazione, più o meno grande a seconda dei luoghi, non ha più molto senso, e fa tutto sommato il paio con una visione meramente assistenziale delle modalità di intervento nella crisi, del tipo «aiutiamo i soggetti più sfortunati e che tutti gli altri si arrangino lavorando di più o tirando la cinghia o rinunciando ad altri beni per pagarsi la casa». E’ l’approccio prevalente che da anni hanno Governo, regioni e comuni, che in questi ultimi 20 anni hanno per lo più stanziato risorse per il sostegno della rendita invece di investire in case popolari.

L’ottica emergenzialista è quella che ha prevalso negli anni a Milano e in tutta la Lombardia, senza che si facesse invece strada una programmazione degli interventi di recupero degli immobili degradati e degli alloggi sfitti che solo a Milano sono ormai oltre 10 mila, tra Aler e MM e in regione Lombardia almeno 16 mila alloggi solo per Aler.

E’ la logica, infine, che vede il Comune di Milano assegnare centinaia di alloggi alle cooperative sociali che li utilizzano per tamponare l’enorme disagio abitativo, con criteri tra l’altro poco trasparenti nell’assegnazione pro tempore degli alloggi fuori ERP.

Un primo obiettivo da assumere è dunque quello di far emergere la realtà della precarietà abitativa in tutta la sua interezza e sotto tutte le sfaccettature.

Dobbiamo parlare di fabbisogno abitativo complessivo, sia a livello nazionale che regionale e locale. La domanda di alloggi di edilizia sociale in Lombardia è continuata in questi anni e continuerà a crescere, secondo uno studio del 2012 del Politecnico commissionato dal Sicet, raggiungendo la cifra tra il 2013 e il 2018 di 920 mila vani per l’edilizia sociale, che significa 410 mila alloggi, e di 320 mila vani in edilizia convenzionata (circa 150 mila alloggi), a fronte di una stima di  809 mila vani di edilizia libera in eccesso pari a 367 mila alloggi . I dati reali frutto di rilevamenti e indagini di mercato ci dicono che attualmente ( dati 2013, fonte Sole 24 Ore ) sono circa 170 mila gli alloggi invenduti in Lombardia, di cui oltre 70 mila a Milano cioè circa il 42% del totale in Lombardia; aggiungiamo che in Lombardia,  a fronte di 56000 famiglie in graduatoria  per un alloggio popolare, ci sono almeno 16000 alloggi Aler sfitti e vuoti, come ammesso dallo stesso assessore Fabrizio Sala della Regione, nonché diverse migliaia di alloggi comunali vuoti, solo a Milano oltre 3000 su circa 28000 gestiti da MM.

Le case sul mercato ci sono, mantenerle sfitte serve solo a mantenere alti gli affitti nel mercato privato. Servono invece accordi locali volti a introdurre il canone concordato in maniera generalizzata, obbligando la grande proprietà a stipulare accordi territoriali e a mettere a disposizione il proprio patrimonio sfitto, se necessario ricorrendo a requisizioni temporanee di alloggi privati sfitti da più di 2 anni di multiproprietari o grandi proprietà immobiliari.

In una fase in cui il grosso della domanda è fatta di alloggi a canone sociale è insopportabile che ci siano almeno 20 mila alloggi popolari sfitti in Lombardia (stima secondo noi in difetto). Le risorse che il Governo Renzi ha stanziato con la legge 80 del 2014 (decreto Lupi), sono 85 milioni per la Lombardia suddivisi in due linee di intervento e che permetteranno di ristrutturare e poter riassegnare, solo se fossero tutti spesi e bene, solo 2500 alloggi nei prossimi anni. Troppo poco e troppo tardi rispetto alle esigenze attuali.

Infine serve in ogni comune un Piano di Governo del Territorio volto a rivalorizzare le aree dismesse e le migliaia di edifici vuoti e tenuti sfitti, abbandonati al degrado. Progetti di auto recupero partecipati dai soggetti sociali che vivono in prima persona il problema dello sfratto e degli sgomberi, come quello del Residence Sociale “Aldo dice 26 per 1” di Sesto, sono per un partito come Rifondazione Comunista da sostenere politicamente e da indicare come esempi concreti di riappropriazione sociale del costruito inutilizzato.

Va politicamente riconosciuto che lo scopo di queste occupazioni, nel dare una risposta immediata all’emergenza abitativa che i Comuni e la Regione da anni ignorano, è proprio quello di ridare una funzione sociale e abitativa a immobili e aree che hanno perso la loro funzione residenziale, commerciale e economica a causa dello scoppio della bolla speculativa immobiliare e della più generale crisi economica e finanziaria.

Serve una battaglia politica e istituzionale volta a far si che enti locali e regioni sostengano politicamente queste esperienze di autorganizzazione dal basso.

A fronte di tutto ciò la giunta regionale ha prodotto una proposta di legge regionale sulla casa, che abbiamo fortemente criticato in un articolo di Bruno Cattoli pubblicato sul nostro sito, assolutamente inadeguata rispetto ai bisogni. Ciò ha indotto I Sindacati a mobilitarsi unitariamente per raccogliere le firme su una petizione contro la legge con l’obiettivo di modificare i seguenti contenuti della stessa:

  • L’ingresso del privato nella gestione del servizio abitativo pubblico attraverso un sistema di accreditamento del privato del tutto simile a quello vigente per la Sanità lombarda. (art.1,2,3,4). Terzo settore, privato sociale, cooperative e imprese edili potranno essere accreditate in base ad un nuovo Regolamento che sarà emesso successivamente all’approvazione della legge dalla Giunta regionale, regolamento che definirà requisiti stessi per l’accreditamento. L’esternalizzazione della gestione è quasi sempre fonte di aggravi di costi, peggioramento del servizio erogato e scarsa trasparenza come abbiamo potuto sperimentare a Milano con le gestioni Romeo, Pirelli, Edilnord. Evidente il rischio che si stabiliscano rapporti di connivenza tra politica e settori dell’economia, come già avviene nel campo della Sanità, con i fenomeni di clientelismo e corruzione che tutti conosciamo.

 

  • Introduzione di una soglia massima del 20% per le assegnazioni in ERP a soggetti dichiarati indigenti presi in carico da parte dei servizi sociali dei comuni che dovranno garantire il pagamento dei canoni e dei servizi alle Aler ( art. 23 )

Per gli alloggi di proprietà comunale tale soglia è elevabile al 30%. Per quanto attiene alla cosiddetta emergenza sfratti, la soglia massima di destinazione del patrimonio abitativo è del 10%, con contratti temporanei, tra l’altro, di massimo 8 anni, con forte limitazione al subentro nell’intestazione del contratto. Scompaiono le assegnazioni in deroga, previste in quota al 25% delle assegnazioni annue totali dalla legge ancora in vigore (27/2009). Indigente significa che non si è in grado di pagare un canone anche minimo. Attualmente il livello di morosità nelle case Aler è prossimo al 40%. Sicuramente non saranno tutti indigenti gli inquilini che non pagano l’affitto ma stabilire una soglia massima di assegnazioni a inquilini indigenti e scaricare totalmente sui comuni il costo del loro canone, senza prevedere un Fondo sociale regionale cui i Comuni possano attingere risorse ci sembra una operazione pilatesca che si commenta da sola.

  • Copertura piena dei costi di gestione delle Aler, della manutenzione ordinaria e degli oneri fiscali tramite i proventi dei canoni di locazione e dei servizi. Sarà facoltà dei Comuni allineare costi di gestione e canoni. Questo significa che comuni e enti gestori, saranno legittimati a aumentare canoni e spese a carico degli inquilini, e questo comporterà un ulteriore aumento della morosità oppure o in alternativa la riduzione della manutenzione minima degli stabili, o molto probabilmente le due cose insieme ( art 24 ). Inoltre questa misura genererà nel tempo disparità di trattamento e di accesso all’ERP non solo per le fasce più in difficoltà.

Questa norma sancisce di fatto la fine del canone sociale e di un criterio di tutela vigente per tutti, fasce deboli e non, perché il criterio in base al quale verrebbe definito il canone non sarebbe più solo il reddito e la composizione del nucleo famigliare assieme al valore locativo dell’immobile, bensì il criterio prevalente verrebbe ad essere la sostenibilità del bilancio degli enti gestori, pubblici o privati che siano.

  • Obbligo per gli indigenti di dimostrare entro 6 mesi dall’entrata in vigore della presente legge il proprio stato e regolarizzare la propria posizione evitando la risoluzione del contratto (art.26). Di fatto si dice che con l’entrata in vigore della legge, sarà più facile avviare l’iter di sfratto per i morosi che non riescono a dimostrare il loro stato di necessità/morosità incolpevole.
  • Utilizzo dei proventi delle alienazioni solo in via residuale per l’acquisto e la realizzazione di alloggi sociali. Le unità abitative alienate a prezzi di mercato non sono soggette a restrizioni temporali nella futura compravendita. Nel caso di acquisto a prezzo convenzionato vale il limite dei dieci anni di divieto di compravendita (art. 27)
  • Possibilità di vendita anche di alloggi abitati da regolari assegnatari Qualora in un condominio ci sia prevalenza di proprietà privata. Interi edifici degradati si possono alienare in vendite non frazionate (art. 28).

E infine vendita all’asta di alloggi liberi (art 29). Queste norme non faranno che favorire la vendita frazionata e non, di migliaia di alloggi solo per fare cassa tanto è vero che si dice esplicitamente che il ricavato delle vendite sarà utilizzato in minima parte per la realizzazione di nuovi alloggi popolari.

  • Infine con l’art. 30 la ciliegina sulla torta. L’aumento degli affitti è la modalità alternativa all’alienazione di valorizzazione del patrimonio. Infatti si stabilisce che il canone agevolato non deve essere inferiore al 40% del canone di mercato!

Appare chiaro che la Regione cerca di far ricadere sopra le spalle degli inquilini assegnatari il peso della fallimentare gestione di Aler che vede un bilancio in forte perdita con un passivo a bilancio di oltre 500 milioni di euro. Di qui l’intenzione dichiarata dall’assessore alla casa Sala di vendere oltre 10 mila alloggi Aler nei prossimi anni (stimando di recuperare 450 milioni di euro) attraverso le modalità di cui sopra, l’intenzione di introdurre forme contrattuali diverse dal canone sociale con l’ampliamento dell’offerta di case a canone agevolato/moderato, nonché l’intenzione di investire sempre meno nella manutenzione degli alloggi affidando di nuovo a società private la gestione di un patrimonio sempre più compromesso e degradato.

Quindi in sostanza, si tratta di una operazione di privatizzazione dal lato della gestione che comporterà disservizi agli inquilini e aumenti di spese a loro carico, accompagnata da un processo di alienazione del patrimonio e svendita all’asta anche a soggetti che speculano sul mercato. Questa legge và respinta in blocco al mittente, non è affatto emendabile.

Il Prc si impegna a costruire nei territori azioni di contrasto alla legge regionale attraverso assemblee e manifestazioni unitarie con comitati e sindacati inquilini, anche sostenendo la petizione dei sindacati inquilini

Verranno approntate petizioni e mozioni da presentare in tutti i consigli comunali dove sono presenti compagni del Prc, che rigettino le misure contenute nella proposta di legge sulla casa e che propongano invece di aumentare le risorse per affrontare la crescente precarietà abitativa e di incrementare l’offerta di alloggi popolari e a canoni calmierati.Avvieremo entro i primi di aprile un percorso graduale e partecipato a tutti i livelli, fuori e dentro il partito, per formulare una piattaforma regionale per il diritto all’abitare in grado di raccogliere contributi e proposte di tutti i soggetti protagonisti della lotta per la casa.

Una piattaforma generale per colmare lacune e ritardi ancora presenti nell’elaborazione dei movimenti e per superare la frammentazione delle lotte e il loro carattere di mera resistenza.

(scarica la Petizione dei sindacati inquilini ed i moduli per la raccolta firme in pdf)