La necessaria pazzia di “Potere al Popolo”. di Marco Noris.

di Marco Noris

All’indomani del fallimento dell’esperienza del Brancaccio in pochi avrebbero scommesso sulla nascita di un nuovo percorso progettuale capace di riscuotere ampi consensi e partecipazione nel giro di pochissimi giorni. L’appello lanciato dall’ex OPG “Je so’ pazzo” nasceva contestualmente all’annullamento dell’assemblea del 18 novembre da parte di  Tomaso Montanari e Anna Falcone: il centro sociale napoletano allora rilanciò immediatamente la volontà di indire comunque un’assemblea nello stesso giorno in cui poi si vide la partecipazione di circa 800 persone. A partire da quella data si è messo in moto un processo partecipativo sul territorio nazionale sempre più diffuso e capillare, a dimostrazione che comunque l’esigenza di costruzione di un’alternativa politica e sociale è vissuta come una vera e propria necessità da una significativa fetta della popolazione nazionale. In questo contesto non deve quindi meravigliare che, con le elezioni politiche alle porte, si sia proceduto in pochissimo tempo a creare una prospettiva elettorale all’esperienza con la lista “Potere al Popolo”.

Sebbene l’esperienza e la lista stessa – ancora tutta da costruire e con l’incognita del raggiungimento del numero di firme necessarie per la sua presentazione – siano ancora poco conosciute a livello nazionale, sono già stati versati fiumi d’inchiostro in termini di analisi e di giudizio nei confronti dell’iniziativa. Come sempre accade a Sinistra, le posizioni nei confronti di “Potere al Popolo” vanno dalla totale adesione al totale rifiuto e lo spazio tra questi due estremi è colmato con interpretazioni intermedie e articolate che, come spesso accade, non superano quasi mai la barriera della presa si posizione individuale o quasi mai si trasformano in un giudizio collettivo che abbia una qualche significanza in termini numerici.

A prescindere da ogni contrapposizione o sfumatura di valutazione nei confronti di “Potere al Popolo”, la quasi totalità dei giudizi propone però un’analisi troppo parziale del fenomeno, molto spesso incapace di inserirlo nella specificità storica e geopolitica attuale: senza questi elementi non solo il giudizio ne risulta parziale per non dire falsato, ma risulta difficile capire a fondo le ragioni tanto dell’adesione quanto dell’opposizione al progetto stesso. In primo luogo spesso il giudizio è prevalentemente legato alle future elezioni politiche: viene racchiusa, così, l’esperienza nell’angusto spazio-tempo elettorale, il progetto in sé viene ridotto nell’essenza di una lista. In questo senso i giudizi sono diversi: per alcuni, compreso l’ex OGP, questo non è il momento centrale del processo, per altri invece è importante avere una presenza parlamentare in grado di portare in sede istituzionale la nuova progettualità. Non si tratta, però, di scegliere tra queste due posizioni, bensì è necessario andare oltre: limitare il giudizio alla histoire événementielle elettorale significherebbe relegarlo con grande anticipo alla polvere della storia stessa. In secondo luogo, spesso i giudizi si focalizzano – ancora una volta pro o contro – sulla progettualità e i programmi presentati dalla lista e sulla grande eterogeneità di posizioni, anche contrastanti, di coloro che hanno aderito al progetto mettendone così in luce limiti e contraddizioni interne. Questa analisi parziale non solo non tiene conto della naturale eterogeneità di un’iniziativa nata, in fin dei conti, da poche settimane, ma con tale impostazione chiude la porta alla comprensione del perché questa iniziativa abbia avuto un tale successo partecipativo. In particolare, queste analisi hanno quasi sempre il limite di porre l’accento principalmente sui fenomeni in sé senza dare perlomeno uguale rilevanza al contesto nel quale questi si realizzano, senza capire che spesso gli stessi fenomeni sono addirittura frutti naturali di quel contesto. Per capire questa esperienza non ci si può limitare all’analisi dei fattori endogeni del fenomeno “Potere al Popolo” ,  è necessario ampliare l’analisi a quelli esogeni; solo in questo modo possiamo inserire  “Potere al Popolo” in un frame, in un quadro nel quale risulta elemento coerente  e significativo.

Potrebbe apparire azzardato, ma la dimensione di riferimento dalla quale partire per un’analisi in tale direzione è quella continentale. È stato svariatamente più volte ribadito come le socialdemocrazie europee negli ultimi 25/30 anni abbiamo in vario modo abbracciato teoria e pratica del neoliberismo, come la cosiddetta Terza Via nelle sue varie forme, da quella più cinica blairiana a quella più dignitosamente teorica di Anthony Giddens abbia caratterizzato la via occidentale socialdemocratica per l’intero continente. Volendo fare un estrema sintesi questo processo si risolse con la partecipazione attiva alla costruzione di un sistema condiviso di governance post 1989 da parte delle socialdemocrazie che si mossero in una triplice direzione: quella della partecipazione alla costruzione del nuovo assetto geopolitico internazionale, nel quale la guerra aveva smesso di essere un tabù a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991; quella della tessitura di relazioni e rapporti privilegiati con il mondo dell’alta finanza trasformandosi nella sponda “sinistra” di approdo per quello che Luciano Gallino definirà Finanzcapitalismo; infine una direzione più specificatamente interna ai singoli Stati, realizzando quelle condizioni politiche, economiche e istituzionali più favorevoli al grande capitale finanziario con particolare attenzione alle riforme nel mondo del lavoro iniziate ben prima dell’avvento della crisi e, per tale ragione, oggi falsamente giustificabili con la stessa. Questo quadro è però ben definito e facilmente comprensibile. Quello che però maggiormente sfugge è la lettura dell’evoluzione del processo negli ultimi anni. Se le socialdemocrazie europee, tra alti e bassi ciclici, hanno saputo comunque mantenersi all’interno della traiettoria storica – e dei sistemi di potere – per circa un ventennio, la rottura di questa stessa traiettoria da parte della tuttora irrisolta crisi del 2007-2008 ha scompaginato le carte in tavola.

Nell’ultimo decennio gli apparati socialdemocratici europei – e occidentali in genere – non sono stati in grado di ripensarsi e di compiere scelte diverse da quelle degli ultimi decenni e, con tutta probabilità (fatta salva l’esperienza anglosassone per la sua peculiarità e l’eccezione portoghese), non saranno in grado di farlo. I rapporti economici, istituzionali, il loro essere parte fondativa del sistema politico continentale non lasciano spazio di manovra alle loro strutture: il prezzo da pagare sarebbe la messa in discussione di tutta la loro pluridecennale progettualità e anche solo la storia degli ultimissimi anni conferma che questo non può avvenire.

Nell’impossibilità di cambiare, stiamo assistendo lentamente ad un lento suicidio da parte delle socialdemocrazie occidentali all’interno della stessa Unione europea, determinato sia dall’incapacità nel dare risposte che dalla pervicacia nel proseguire l’esercizio del potere con ricette politiche ed economiche disastrose a livello sociale. Il destino del Pasok in Grecia, la decisione da parte del Partito socialista spagnolo di dare spazio ad un nuovo governo Rajoy in Spagna, l’irrilevanza del Partito socialista francese nelle elezioni presidenziali, la scommessa perduta da parte del PD italiano nel referendum costituzionale, fino al dietrofront dell’SPD tedesca, disponibile alla formazione di una nuova Große Koalition, confermano la loro incapacità a ripensarsi e rinnovarsi all’interno di una scenario geopolitico ben diverso da quello degli anni ’90 del secolo scorso al quale sembrano irrimediabilmente legate. Se accettiamo questo quadro di analisi, possiamo allora prevedere non solo la sconfitta elettorale delle socialdemocrazie europee, cosa peraltro già avvenuta in molti Paesi, ma anche intuire la possibilità di una loro irrilevanza se non estinzione dal quadro politico dei prossimi anni su scala continentale.

A prescindere dal giudizio di valore che si possa dare a queste esperienze, si sta già creando un vuoto politico immenso. In Europa esistono già alternative “a sinistra” più o meno collaudate, più o meno in definizione e molto eterogenee che dovrebbero riempire questo vuoto; alternative che hanno bisogno però di elaborare una sintesi progettuale quanto prima. Allo stato attuale il vuoto lasciato dalle morenti socialdemocrazie sta per essere riempito dalla peggior destra risorta nell’attuale riedizione riveduta e corretta degli anni ’30 del ‘900, il che non può promettere nulla di buono.

È proprio in questa situazione critica europea  – nella quale, parafrasando Gramsci, il vecchio sta morendo e il nuovo stenta a nascere – che va inserita la peculiarità italiana.

La peculiarità italiana risiede nel fatto che, al contrario della stragrande maggioranza dei paesi europei, non esiste una Sinistra che abbia una reale rilevanza in grado di porsi come alternativa politica a quella che possiamo definire come la declinazione nazionale della socialdemocrazia europea costituita dal Partito Democratico. Sulla questione si riflette e si scrivono ogni giorno fiumi di parole e sono numerosi i tentativi di realizzare una sorta di unità ma, ad oggi, l’effetto prodotto da questa situazione è a dir poco allarmante: qualsiasi tentativo unitario di realizzare a sinistra una forza politica significativa non va oltre una sorta di un “fermo immagine”, uno still image, che si trasforma però molto rapidamente nella rappresentazione di uno still life, una natura morta.

L’impossibilità di una qualsivoglia soluzione di continuità, il destino della morte progettuale all’indomani – o molto più spesso il giorno prima – di una qualsiasi presunta unità si può ascrivere in maniera pressoché esclusiva al rapporto che la Sinistra ha con le strutture e i soggetti rappresentanti la socialdemocrazia italiana: in un momento storico di profonda cesura con il passato, il cordone ombelicale, ormai puramente virtuale, che pretende di tenere legate esperienze politiche diverse – frutto di una biforcazione storica oggi non più conciliabile – deve essere reciso definitivamente, pena l’immobilità o, probabilmente, l’estinzione di una qualsiasi progettualità della Sinistra nel nostro Paese. Probabilmente uno dei motivi del fallimento del Brancaccio sta proprio in questi termini: non si può “rovesciare il tavolo” come giustamente proponeva Montanari se all’operazione erano invitati gli stessi che quel tavolo avevano costruito e imbandito con quelle stesse politiche che si volevano rovesciare.

In questo senso il Brancaccio ha avuto sicuramente un merito: quello di essere stato l’ultimo tentativo di un’operazione unitaria che, forse andava ancora tentata, anche solo per accertarne la sua impraticabilità. Si potrebbe dire che il Brancaccio sia stato il tentativo definitivo, probabilmente la certificazione della fine di un intero periodo storico per la Sinistra italiana.

Le fasi di transizione, però, sono sempre traumatiche. La chiusura di questo periodo non provoca semplicemente smarrimento ma anche orfani in termini progettuali, soprattutto in quella generazione che è stata attivamente presente nella Sinistra italiana negli ultimi decenni, forse non più giovane ma ancora presente e particolarmente attiva in termini politici. Inoltre una eventuale lunga durata tra “la fine del vecchio e la nascita del nuovo” avrebbe potuto consolidare le disillusioni spegnendo anche altre energie generazionali, allontanando così buona parte della popolazione dalla politica, uno scenario appunto postpolitico più che postdemocratico, nel quale le destre più estreme avrebbero maggiore facilità nel realizzare i propri obiettivi.

È questo il quadro nel quale inserire l’iniziativa dell’ex OPG “Je so’ pazzo” e la proposta di “Potere al Popolo”: senza queste premesse è pressoché impossibile capirne le motivazioni che hanno portato alla sua genesi e, soprattutto, la sua capacità di coinvolgimento nell’intero Paese. Quello che sarebbe necessario capire è che, prima di rilevarne eventuali limiti o contraddizioni interne, la sua primaria importanza risiede nel fatto di aver costituito un momento di cesura rispetto al passato, definitivo e necessario, senza il quale la Sinistra in Italia non avrà probabilmente alcun futuro. Di questo tentativo si sentiva il bisogno proprio in questo momento storico: il successo in termini nazionali di un’iniziativa lanciata da un centro sociale locale era semplicemente impensabile in un contesto di pochi anni fa. In questo senso la cosiddetta “pazzia” dell’ex OPG non è tale, bensì la logica e necessaria risposta ad una domanda che faticosi altri tentativi  progettuali hanno deluso con l’inconsistenza pluriennale dei loro risultati.

Detto questo l’esperienza di “Potere al Popolo è sì necessaria in termini di rottura, ma questo non garantisce di per sé il suo successo. Tra le altre vanno indicate almeno due condizioni perché possano aumentare sensibilmente le possibilità di successo di un nuovo percorso a Sinistra nel nostro Paese. La prima, già precedentemente accennata, è quella del superamento della centralità del momento elettorale: quello che è importante oggi in Italia è la (ri)costruzione di un processo culturale da parte della Sinistra che dovrebbe, allo stato attuale, preoccuparsi della possibilità della propria estinzione, prima ancora delle velleità di egemonia. Se i risultati elettorali condizioneranno in maniera sostanziale il processo di crescita del progetto è abbastanza probabile che questo naufraghi in breve tempo.

La seconda condizione riguarda l’ampiezza del coinvolgimento più ampio possibile tra tutti coloro che intravvedono nel processo di rottura storica sopra evidenziato l’unica possibilità per la costruzione di una Sinistra degna di questo nome. Non si tratta soltanto della disponibilità da parte dei componenti dell’ex OPG di essere inclusivi ma anche, sull’altro versante, di superare la diffidenza da parte dei molti orfani che questa transizione storica ha creato. Per molti di loro “Potere al Popolo” non corrisponde alla loro progettualità politica, soprattutto per molti di coloro che si sono spesi per il successo del Brancaccio. In un certo senso potrebbe essere anche comprensibile ma, anche in questo caso, vale la pena ribadire nuovamente la specificità di questo momento storico.

Così come nei momenti di equilibrio spesso anche grandi movimenti popolari non sono in grado di portare cambiamenti significativi in termini strutturali e sistemici, nelle situazioni di rottura e di biforcazione in prospettiva storica anche piccoli movimenti possono ottenere risultati di rilievo imprevedibili. Essere o non essere all’interno di un progetto in fase di creazione  può fare la differenza, e determinare in maniera significativa non solo il suo consolidamento ma anche le scelte, le strade da percorrere. In questo particolare momento storico in Italia, prima ancora del distinguo politico, prevale l’esserci o meno e, in questo senso, non esiste una vera contraddizione tra la progettualità del Brancaccio e quella di “Potere al Popolo”: entrambe si collocano nella “Tabula rasa” della Sinistra italiana, entrambe possono essere costruite e determinate nella loro essenza persino dall’apporto delle singole persone.

Vale la pena sottolineare che se il Brancaccio è fallito è stato proprio perché esso è stato minato da strutture consolidate che poco o nulla avevano a che fare con l’aspirazione e la passione delle persone che vi hanno partecipato. La speranza è quindi che questa nuova esperienza possa coagulare attorno a sé il maggior numero di persone possibili; al momento non sembra profilarsi alcun altro serio progetto di reale Sinistra all’orizzonte, l’alternativa, ad oggi, sarebbe molto simile a quella del ritiro sull’Aventino, con conseguenze tutt’altro che prevedibili.